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Pioniera dell’Ai oggi alla National Portrait Gallery

Di Nicoletta Biglietti 27/01/2026

A metà Ottocento aveva già immaginato il mondo in cui viviamo oggi. Un mondo fatto di macchine che elaborano informazioni, di algoritmi e logiche capaci di andare oltre il “semplice” calcolo numerico. 

Ada Lovelace lo aveva pensato nel 1843, in un’epoca in cui l’elettricità era ancora oggetto di esperimenti e la parola “computer” non esisteva. Era l’unica figlia legittima di Lord Byron – il grande poeta romantico inglese, figura “irregolare” e carismatica della letteratura europea – ma il suo destino prese una direzione diversa. Non la poesia, bensì la matematica, la scienza, l’idea che una macchina potesse diventare uno strumento per estendere le capacità cognitive umane

Ora il suo volto entra nella National Portrait Gallery di Londra, attraverso le uniche fotografie sopravvissute che la ritraggono. Non un’immagine simbolica o idealizzata, ma una presenza reale nella collezione nazionale. Un passaggio che segna un avanzamento nel riconoscimento del ruolo delle donne nella storia scientifica e tecnologica.

Le tre fotografie, dagherrotipi realizzati a metà del XIX secolo, sono state acquisite dalla National Portrait Gallery dopo essere passate da Bonhams. Erano state offerte all’asta nel giugno 2025 con una stima compresa tra 80.000 e 120.000 sterline, pari a circa 107.395-161.090 dollari, per poi essere ritirate e vendute tramite trattativa privata – una modalità sempre più utilizzata dai musei per assicurarsi opere di particolare rilevanza storica. 

Secondo quanto dichiarato dalla galleria, l’acquisizione rappresenta un’opportunità unica per restituire Ada Lovelace alla storia attraverso la sua immagine, permettendo di celebrare il suo lavoro pionieristico e di renderlo accessibile alle generazioni future.

Nata a Londra nel 1815 con il nome di Augusta Ada King, Ada crebbe lontana dal padre, che lasciò la famiglia poco dopo la sua nascita. Fu educata sotto la guida della madre, Anne Isabella Milbanke, riformatrice dell’istruzione e convinta sostenitrice di una formazione scientifica rigorosa. Nonostante una salute fragile, Ada mostrò fin da giovanissima un talento precoce per la matematica e la meccanica. A dodici anni progettò una macchina volante, studiando il volo degli uccelli e cercando di tradurne i principi in un sistema artificiale. Da giovane adulta entrò in contatto con alcuni dei più importanti scienziati del suo tempo, tra cui Michael Faraday, figura centrale nello sviluppo dell’elettromagnetismo e delle basi teoriche dei motori elettrici, e Charles Babbage.

Quando Lovelace conobbe Babbage nel 1833, lo scienziato aveva appena ideato la Macchina Differenziale, un calcolatore meccanico pensato per automatizzare i calcoli matematici. Ma fu il progetto successivo, la Macchina Analitica, ad accendere l’immaginazione di Ada. Nel 1843 pubblicò un articolo basato sugli appunti di Babbage in cui descrisse non solo il funzionamento teorico della macchina, ma anche una serie di operazioni che essa avrebbe potuto eseguire. Era un algoritmo, considerato oggi uno dei primi esempi di programmazione informatica. Lovelace comprese che quella macchina non era semplicemente uno strumento per fare conti, ma un sistema capace di manipolare simboli e informazioni.

Fu in questo passaggio che la sua visione si spinse oltre il suo tempo. Lovelace scrisse che la Macchina Analitica avrebbe potuto “agire su altre cose oltre ai numeri”, arrivando a produrre risultati in ambiti come la musica. Allo stesso tempo chiarì che la macchina non avrebbe mai avuto la pretesa di creare qualcosa di autonomo, ma sarebbe servita a rendere disponibile ciò che l’essere umano già conosce. Un’idea che oggi può essere riletta alla luce del dibattito sull’intelligenza artificiale, tra strumenti che amplificano le capacità umane e sistemi che cercano di generare nuova conoscenza a partire dai dati. La distanza tra quell’intuizione ottocentesca e le tecnologie che utilizziamo quotidianamente appare sorprendentemente ridotta.

Nel corso della sua vita Ada Lovelace fu ritratta più volte in dipinti, da artisti come Margaret Sarah Carpenter e Alfred Châlon, ma raramente attraverso la fotografia, una tecnica ancora agli esordi. In uno scritto inedito, rifletté sul potenziale del nuovo mezzo, osservando che non era ancora possibile immaginare quanto la fotografia avrebbe contribuito al progresso della conoscenza umana. Dei dagherrotipi sopravvissuti, due furono realizzati da Antoine Claudet, fotografo francese che aveva appreso il procedimento direttamente da Daguerre e che aveva già ritratto figure come Faraday e Babbage. Le immagini risalgono al 1843, lo stesso anno della pubblicazione del suo lavoro scientifico. In una di esse Lovelace appare con una cuffia di pizzo elaborata, lo sguardo rivolto in avanti, sospeso tra concentrazione e incertezza.

Il terzo dagherrotipo, attribuito a un autore sconosciuto, riproduce un ritratto del 1852 dipinto da Henry Wyndham Phillips, artista britannico che aveva ritratto anche Lord Byron. L’immagine restituisce una Lovelace provata dalla malattia, seduta davanti a un pianoforte in uno stato di forte sofferenza fisica, aggravata dall’uso di laudano, allora impiegato come sedativo e antidolorifico. Il marito, William King, annotò nel suo diario che il dolore era tale da renderle difficile trattenere le grida, ma che riuscì comunque a rimanere seduta abbastanza a lungo perché l’artista potesse ritrarle le mani. Ada Lovelace morì quello stesso anno, a trentasei anni.

Solo molto tempo dopo il suo contributo è stato pienamente riconosciuto. Libri, studi ed esposizioni hanno ricostruito il suo ruolo fondamentale nella nascita dell’informatica. Un linguaggio di programmazione porta il suo nome, così come Ai-Da, il primo artista umanoide basato su intelligenza artificiale, il cui ritratto di Alan Turing è stato venduto all’asta per un milione di dollari nel 2024. L’ingresso delle sue fotografie nella National Portrait Gallery non è soltanto un’acquisizione museale. È un atto di riconoscimento storico. Un modo per restituire visibilità a una donna che, in un tempo lontanissimo, aveva già tracciato le linee di una storia che oggi viviamo ogni giorno.