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Intelligenza artificiale e appropriazione artistica: un rischio di «eterno ritorno dell’uguale»?

Di Sabrina Galli 31/01/2026

La nostra contemporaneità è caratterizzata da un diffuso entusiasmo per l’intelligenza artificiale generativa, che sembra ormai dominare il campo della creatività e dell’arte. In questo contesto, la celebre affermazione «I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano», attribuita a Pablo Picasso e resa popolare da Steve Jobs, non può più essere accettata senza essere problematizzata. Con l’avvento dell’AI, infatti, la copia non è più un gesto umano, ma un’ operazione automatizzata, statistica, priva di autorialità. Il recente caso del Midtown Hotel di Boston, criticato per aver arredato i propri interni con ritratti in stile Andy Warhol generati tramite intelligenza artificiale, offre uno spunto utile per interrogarsi su questo argomento.

Dopo cinque anni di chiusura, durante i quali l’hotel era stato adibito a dormitorio per la Northeastern University di Boston, il Midtown ha riaperto presentandosi con uno spazio rinnovato. Tra i “tocchi artistici” celebrati anche dalla stampa locale figurano ritratti colorati di celebri personalità di Boston, realizzati  (come dichiara esplicitamente un cartello a parete) da un sistema di intelligenza artificiale a cui è stato chiesto: «E se Andy Warhol dipingesse le celebrità di Boston?».

La riflessione critica sul caso nasce in seguito all’intervento di Alex Steed (fotografo, editore e musicista) che ha deciso di condividere sui social la propria indignazione dopo un pernottamento presso l’hotel. Steed esprime fastidio sia per la qualità estetica delle immagini, che egli stesso descrive «esattamente come te le immagineresti», sia, soprattutto, per ciò che esse rappresentano simbolicamente: un’arte seriale, priva di originalità e di una responsabilità autoriale umana. Un’operazione che rientra pienamente in ciò che per decenni è stato definito, in senso dispregiativo, “hotel art”: immagini puramente decorative, intercambiabili, prive di significato, che in questo caso finiscono per svilire, e in una certa misura oltraggiare, uno degli artisti più influenti del Novecento, Andy Warhol.

La questione cruciale non risiede tanto nel fatto che le stampe presenti nel Midtown Hotel costituiscano una copia seriale della Pop Art “warholiana”, quanto nel fatto che esse imitino uno stile storicizzato senza attivare alcuna riflessione sul presente. L’errore sta nella mancanza di una reinterpretazione originale, che trasforma l’operazione in una forma di appropriazione priva di consapevolezza critica. Inoltre, un grande paradosso emerge se si pensa che Andy Warhol stesso fondava la propria pratica artistica sulla riproducibilità tecnica; tuttavia, a differenza del proprietario dell’hotel, l’artista partiva da una complessa riflessione sulla democratizzazione dell’arte. Eliminando l’unicità dell’immagine, Warhol mirava a renderla accessibile e “consumabile” dalle masse, rispecchiando e problematizzando la superficialità e l’ossessione del consumismo moderno.

Non vi è nulla di intrinsecamente problematico nel riutilizzare stili, opere e immaginari del passato. La storia dell’arte è, da sempre, una storia di appropriazioni, citazioni, traduzioni e re-interpretazioni. Tuttavia, tali operazioni acquistano senso solo quando producono uno scarto: quando l’atto del copiare genera nuove prospettive, nuovi linguaggi, o almeno una presa di posizione critica nei confronti del proprio tempo. In assenza di questo passaggio, l’azione artistica si riduce a una mera ripetizione.

Nel caso del Midtown Hotel, l’intelligenza artificiale non viene utilizzata come strumento creativo o come supporto alla pratica artistica, ma come una banale scorciatoia produttiva: un mezzo rapido ed economico per riempire le pareti. In questo modo si evita, inoltre, il confronto con il contesto culturale locale, ricco di artisti e artigiani reali pronti a offrire il proprio talento. L’entusiasmo tecnologico esibito dal cartello a parete appare allora come una mancanza di rispetto e di consapevolezza nei confronti dell’essenza dell’innovazione tecnologica.

Come osserva Steed, il risultato è un ambiente che trasmette una sensazione di inquietante artificialità: immagini che si ripetono, stampe che simulano un passato autentico. Gli spazi dell’hotel sembrano così materializzare ciò che Nietzsche avrebbe definito un «eterno ritorno dell’uguale»: non come concetto esistenziale, ma come condizione culturale in cui tutto è già stato visto, replicato e simulato.

Intendiamoci, il nodo critico non è l’intelligenza artificiale in sé. Insistere su una contrapposizione rigida tra tecnologia e arte rischia di condurre a una forma di riduzionismo. Il problema centrale è piuttosto l’assenza di una relazione significativa e consapevole tra una mente umana creativa e lo strumento tecnologico. Quando l’AI opera in modo autonomo, limitandosi a ricombinare dati e stili esistenti secondo logiche probabilistiche, l’arte si svuota della sua dimensione etica, politica e immaginativa, riducendosi a puro decorativismo.

La scelta di affidarsi a immagini generate automaticamente appare dunque come un’occasione mancata: quella di utilizzare l’intelligenza artificiale non come sostituto dell’artista, ma come strumento capace di affiancarlo e di aiutarlo a interrogare il passato, anziché limitarne la riproduzione passiva.

Forse, allora, è tempo di rivedere la celebre citazione richiamata in apertura. Oggi non basta più “rubare”: è necessario trasformare. E, come dimostra il caso del Midtown Hotel, senza un soggetto consapevole e disposto ad assumersi la responsabilità di questa trasformazione, nessuna tecnologia potrà mai produrre qualcosa che abbia davvero valore.