Nella storia recente dell’Umbria e delle Marche c’è una ferita ancora aperta dal 26 settembre del 1997, quando un terremoto di magnitudo 6.0 devastò le regioni, colpendo in modo profondo anche la Basilica Superiore di San Francesco, ad Assisi. Il danno più doloroso venne subito dalla vela di san Matteo attribuita a Cimabue, che si frantumò in circa 120mila frammenti. L’opera faceva parte del progetto pittorico della crociera con gli evangelisti, concepito tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, e che oggi porta le tracce del disastro naturale, come un superstite porta i segni della guerra. Negli anni successivi al sisma il lavoro paziente dei restauratori ha permesso di ricomporre tre delle quattro vele, tuttavia, quella di san Matteo si rivelò una ferita troppo complessa da rimarginare. Ogni frammento fu comunque catalogato e conservato per i futuri restauratori, nella speranza che l’avanzamento tecnico e tecnologico potesse aiutare a superare gli ostacoli. Oggi, a quasi trent’anni di distanza, quella speranza potrebbe aver trovato una risposta nell’ Intelligenza Artificiale.
Un gruppo di lavoro che coinvolge il Dipartimento di Ingegneria dell’Università degli Studi di Perugia, in dialogo con storici dell’arte e istituzioni territoriali, sta valutando la possibilità di utilizzare sistemi di AI per tentare la ricomposizione virtuale della vela. Si tratta di un processo computazionale che l’uomo, probabilmente, non sarebbe mai stato capace di eguagliare. L’AI, infatti, è in grado senza troppi problemi di analizzare migliaia di dati (in questo caso i frammenti dell’opera), riconoscere pattern cromatici fino a proporre varie combinazioni plausibili.
In attesa del raggiungimento dell’obiettivo i restauratori hanno mappato la superficie e la curvatura della vela in modo da proiettare un’immagine ad altissima definizione dell’affresco perduto, simulando alla perfezione quello che sarà il risultato del restauro. Grazie alla tecnologia viene attuata una sorta di cura temporanea che anticipa la guarigione definitiva.
Quello della Basilica superiore di San Francesco può essere considerato come un caso emblematico del dibattito contemporaneo sull’AI nell’arte. Spesso l’Intelligenza Artificiale è percepita come una minaccia: uno strumento in grado solo di copiare, replicare e creare prodotti invece che opere d’arte. Sono in molti a temere che gli artisti perderanno qualsiasi capacità creativa e di riflessione sul mondo, proprio a causa dell’utilizzo massivo dell’Intelligenza Artificiale. Certo, questa inquietudine non è priva di fondamento, soprattutto quando l’AI viene impiegata per sostituire il lavoro creativo senza un pensiero critico e consapevole. Tuttavia, aprendo la visione, si possono scorgere una moltitudine di utilizzi propositivi che non portano all’appiattimento del ruolo dell’uomo (e dell’artista) ma a inedite possibilità tecniche e capacità creative. Questo è possibile se iniziamo a vedere l’AI come una possibile alleata dell’arte e non solo un enorme pericolo da cui farsi spaventare, e il restauro contemporaneo è uno di quegli ambiti che c’è lo può dimostrare al meglio. Come nella vicenda della vela di San Matteo, la tecnologia può essere usata per ricostruire una memoria visiva totalmente frammentata, amplificando la capacità di calcolo e di ricostruzione che l’essere umano, da solo, faticherebbe a sostenere. In questo caso, quindi, l’Intelligenza Artificiale viene usata in modo costruttivo per interrogare i dati a disposizione e ridargli la forma che avevano un tempo. La tecnologia che si fa caregiver e collante storico-artistico, invece che mera falsaria di opere d’arte.
In un momento storico-artistico in cui la tecnologia digitale viene demonizzata e associata alla precarietà e all’effimero, la possibilità di ricomporre la vela del grande maestro Cimabue ci offre l’occasione di riconoscerne il valore potenziale e il ruolo positivo nella custodia del patrimonio artistico e culturale.