Stiamo vivendo nell’anno che Fritz Lang si immaginò quando realizzò Metropolis nel 1927. Nella mente del regista l’archetipo della città del futuro 2026, ovvero il nostro presente, sarebbe stata una città stratificata e spettacolare ma, sotto sotto, anche crudele.
Il film è ambientato in un immaginario visivo che ancora oggi sorprende: grattacieli art déco che si slanciano verso il cielo, ponti sospesi attraversati da flussi incessanti di traffico. La metropoli come un organismo vivo che si sviluppa in verticale. Tuttavia, questa verticalità non è solo estetica, ma è il simbolo del potere.
In alto, nel “Club dei Figli”, infatti, vivono i ricchi, con «le loro aule, le loro biblioteche, i loro teatri e i loro stadi». In basso, invece, nel sottosuolo, gli operai lavorano senza sosta per mantenere in funzione la città. Sono corpi ridotti a estensioni della macchina, il cui lavoro è scandito da ritmi meccanici ripetitivi. Lang amplifica questa contrapposizione attraverso inquadrature che schiacciano i lavoratori dentro strutture gigantesche, trasformando il lavoro in una sorta di sacrificio industriale.
La storia segue Freder, figlio del potente Joh Fredersen, che all’inizio del film visita per la prima volta il mondo sotterraneo, facendo anche l’incontro di Maria, figura carismatica che predica speranza e riconciliazione tra le classi. Il suo viaggio, che coincide con lo sguardo dello spettatore, è una sorta di discesa in un inferno fatto di ingranaggi e ferraglia, dove, al posto dei dannati, Freder fa l’incontro con gli operai sfruttati e assoggettati alle macchine.
A complicare tutto interviene lo scienziato Rotwang, che crea un automa dalle sembianze di Maria, dando vita a uno dei primi e più iconici robot della storia del cinema. Questa “Maria-cyborg” semina caos, manipolando le masse e portando la tensione sociale al punto di rottura. L’evoluzione del personaggio del robot di Maria dimostra come la tecnologia possa essere usata non solo per produrre, ma anche per controllare e ingannare.
In generale, si può affermare che Metropolis trova la sua forza nell’intreccio tra potenza visiva e contenutistica, ponendosi non solo come una classica pellicola fantascientifica, ma come una critica avanguardistica di un sistema sociale che, attraverso il controllo della tecnologia, organizza la vita, il lavoro e le relazioni di potere.
A cento anni di distanza dall’ambientazione del film, viene da chiedersi, Fritz Lang è stato davvero in grado di prevedere il futuro? Sicuramente, oggi, non ci troviamo circondati da macchine rumorose, imponenti e invadenti. Tuttavia, siamo comunque immersi in un sistema tecnologico invisibile che prende forma nei sistemi digitali a cui siamo sempre connessi. La tecnologia di oggi, non richiede più soltanto la forza fisica, come quella degli operai di Metropoli, ma un continuo consumo di enorme quantità di dati e informazioni.
La figura di Fredersen, il dominatore della città, invece, oggi sembra trovare un’eco nelle grandi multinazionali tecnologiche: non più semplici attori economici, ma principali creatori e manipolatori degli di ambienti digitali in cui lavoriamo, comunichiamo e costruiamo le identità. Se in Metropolis il controllo passava attraverso la fabbrica, oggi passa attraverso piattaforme e algoritmi.
Dopo Fritz Lang, sono stati tanti i registi che hanno indagato la tematica del rapporto tra uomo-tecnologia-lavoro, anche se in forma e declinazioni diverse. Per esempio, in Ready Player One, tratto dal romanzo di Ernest Cline e diretto da Steven Spielberg, la fuga dalla realtà avviene dentro un universo virtuale dominato da interessi privati, dove la liberà individuale è continuamente negoziata dal controllo di chi ha più potere. Oppure, nel finale di No Other Choice di Park Chan-wook, emerge una tensione meno evidente silenziosa ma altrettanto significativa, lo scontro tra un individuo e l’instabilità del lavoro causata dall’avanzamento tecnologico, con la progressiva perdita della richiesta del lavoro manuale e tradizionale in un sistema sempre più automatizzato.
Il punto, allora, non è stabilire quanto Metropolis sia effettivamente predittivo, ma riconoscere la sua capacità di farci riflettere su una dinamica profondamente attuale, ovvero, che la tecnologia, se lasciata nelle mani dell’interesse del potere, può diventare uno strumento minaccioso in grado di riorganizzare il mondo. Per questo, forse, tra tutte le frasi del film, quella da ricordare maggiormente è quella che Maria dice a Freder:
«Mani e cervello vogliono unirsi, ma manca loro il cuore… Mediatore, indica loro la strada».