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New Humans, la memoria del futuro

Al New Museum di New York, un sismografo della condizione post-umana

Di Chiara Panzeri 22/05/2026

Immersi in un’accelerazione costante, ci troviamo sempre più spesso a fare i conti con un disorientamento cronico, la fatica di decodificare un presente che muta a ritmi vertiginosi. Ed il museo contemporaneo abbandona la sua funzione di archivio, facendosi sismografo capace di captare le scosse di un domani già in atto. È proprio in questa disconnessione quotidiana che si inserisce “New Humans: Memories of the Future”, la mostra del New Museum di New York curata da Massimiliano Gioni.

Occupando l’intera struttura – unendo l’edificio storico di SANAA alla nuova estensione firmata OMA – l’esposizione si presenta come uno spazio di resistenza cognitiva. Attraverso le opere di oltre duecento artisti, scienziati e registi internazionali, la rassegna traccia una diagonale lunga un secolo. L’arte cessa di fungere da mera contemplazione estetica e diventa una lente per verificare la condizione post-umana, provando a capire cosa significhi appartenere alla nostra specie quando la tecnologia rimescola le carte della biologia e dell’intelletto.

Il titolo dell’esposizione pone un interrogativo quasi paradossale: come si conserva la memoria di un evento non ancora compiuto? Girando per le sale, emerge una strana familiarità con epoche che credevamo archiviate. Rifiutando la linearità del progresso, la curatela scava negli strati del passato e istituisce una simmetria critica tra gli anni Venti del Novecento e la nostra attualità. Se un secolo fa il mondo faceva i conti con la nascita del termine “robot” e l’automazione industriale, oggi affrontiamo la diffusione pervasiva dell’Intelligenza Artificiale; ai traumi della prima guerra meccanizzata risponde l’efficienza chirurgica dei droni militari; e all’esplosione dei mass media primordiali fanno eco gli odierni apparati algoritmici di disinformazione globale.

Questo cortocircuito temporale richiama l’hauntology elaborata da Jacques Derrida e Mark Fisher: il nostro presente subisce l’infestazione dei “futuri perduti”. Le utopie tecnologiche del secolo scorso non si sono concretizzate come le avanguardie speravano, eppure continuano a condizionare l’immaginario collettivo. Lo spettatore attraversa opere che funzionano da reperti archeologici di un’epoca incompiuta, riflettendosi in una cronica nostalgia per un domani che ci è scivolato dalle mani, collassando sul presente.

C’è poi una riflessione che tocca un tasto intimamente legato alla nostra natura: il rapporto con la carne. L’esposizione disarticola le certezze fisiche, mostrando come la «biopolitica» definita nel Novecento da Michel Foucault si sia oggi trasformata in una mutazione molecolare e interiorizzata.

Il corpo umano perde la sua inviolabilità per diventare un cantiere aperto, un’interfaccia riprogrammabile.

Autori contemporanei come Hito Steyerl e Camille Henrot si rifiutano di trattare il machine learning come un semplice strumento. Lo elevano a entità co-autoriale aliena, delegando il processo creativo a intelligenze inumane e costringendoci a domandarci chi detenga realmente il monopolio dell’immaginazione.

Parallelamente, la mostra documenta la distorsione della figura umana in risposta ai traumi geopolitici: la rinegoziazione dei confini si apre all’intero ecosistema naturale e animale, come emerge con forza nelle visioni di Julien Creuzet e Jaider Esbell.

Alla fine del percorso, osservando gli organismi aerobici di Anicka Yi – sculture biologiche sospese che fluttuano colonizzando l’architettura museale – la rassegna ci lascia con un interrogativo persistente. New Humans: Memories of the Future costringe l’osservatore a fissare le contraddizioni in atto.

Ci consegna una scelta di fondo: individuare quali frammenti della nostra vulnerabilità e della nostra umanità siamo disposti a cedere per convenienza, e quali dobbiamo preservare per necessità. Il messaggio conclusivo nega il determinismo. Il domani non è una predestinazione già scritta nei server della Silicon Valley, ma un paesaggio in formazione. La responsabilità collettiva consiste nel decidere se assecondare passivamente la costruzione di una gabbia computazionale, o rivendicare un ruolo consapevole nel prossimo capitolo della nostra evoluzione.