La malinconia è un sentimento umano, lo schermo, al contrario, è il suo opposto assoluto: una superficie fredda, bidimensionale. Averli accostati sta a simboleggiare l’assurdo della nostra epoca: siamo riusciti a provare una finta nostalgia per un pugno di pixel generati dal nulla.
Siamo talmente abituati a sentir parlare di apocalisse imminente e di macchine che prenderanno il controllo, che quando l’artista Li Yi-Fan decide di riderci su, l’effetto spiazza. Niente toni catastrofici o pesanti prediche morali sul destino dell’umanità.
L’esposizione è un video inedito di un’ora, scortato da un paio di schermi minori che gli fanno da spalla. La narrazione ruota attorno al viaggio surreale di un occhio disincarnato in cerca della strada di casa: un pretesto narrativo per smontare pezzo per pezzo la nostra dipendenza visiva.
Travestito da innocuo e asettico video divulgativo, il lavoro deraglia in un monologo allucinato. L’artista mette alla berlina la generazione di immagini pilotata dall’Intelligenza Artificiale e azzera, con una risata, qualsiasi pretesa di separare la cultura “alta” dal puro intrattenimento di massa. A disquisire su come l’algoritmo stia riscrivendo la nostra condizione umana è un improbabile salotto di organi che parlano e comunicano.
Tutto questo non resta confinato nel monitor e straborda nello spazio fisico. La sala è infatti disseminata di gigantesche sculture stampate in 3D: mani, piedi, teste che vengono utilizzati come delle sedute per osservare il monitor. Il visitatore è letteralmente invitato ad accomodarsi sui resti di un corpo plastificato e smembrato per poter fissare un display. Una messa in scena in cui la vecchia linea di confine tra mondo fisico e allucinazione virtuale finisce per dissolversi in una comoda, distopica seduta.
Con la sua opera site-specific presentata alla Biennale di Venezia, il taiwanese Li Yi-Fan sceglie la strada dell’umorismo per smontare le nostre nevrosi quotidiane. Il suo lavoro entra a gamba tesa nel dibattito, spesso un po’ paranoico, dominato dalla paura per l’Intelligenza Artificiale…e lo ribalta. Mette in scena la nostra dipendenza dagli schermi non come una tragedia greca, ma con una leggerezza che sa di presa in giro. In fondo, il nostro rapporto con i dispositivi somiglia più a una goffa commedia degli equivoci.
La scelta stessa della location funziona come una battuta a freddo. Allestire una riflessione sull’alienazione da scroll compulsivo all’interno del severo Palazzo delle Prigioni regala un contrasto comico e amaro. Ieri le sbarre di ferro, il freddo della pietra nuda e i tentativi di fuga disperati; oggi le notifiche continue, i feed inesauribili e l’incapacità cronica di chiudere una banalissima scheda del browser. L’artista sottolinea questo parallelo, suggerendo che la nostra nuova reclusione manca totalmente della grandezza epica del passato. Assomiglia, piuttosto, a una farsa in cui siamo contemporaneamente i carcerieri severi e i detenuti apatici, docilmente ipnotizzati da monitor che ci restituiscono il vuoto cosmico.
L’aspetto più pungente dell’opera è proprio il modo in cui dissacra l’aura quasi religiosa che circonda oggi l’IA generativa. Piuttosto che dipingerla come un’entità onnisciente e minacciosa, Li Yi-Fan ce la mostra per quello che molto spesso è nella realtà: un meccanismo strambo, ripetitivo e vorace, incastrato in un frullatore di immagini che si rincorrono senza uno scopo preciso. Sotto questa luce, la malinconia suggerita dal titolo acquista un sapore sarcastico. È un sentimento di plastica, la tristezza surreale di chi si lascia abbattere da contenuti inesistenti, creati letteralmente da un software. L’ansia da prestazione che ci affligge online viene così derubricata a semplice materiale per il cabaret. Ci stiamo angosciando per dei pixel sfornati da un calcolatore che non ha la più pallida idea di cosa stia facendo.
Passeggiando negli spazi bui dell’edificio veneziano, l’osservatore si aspetta la solita critica alla modernità, ma finisce per specchiarsi in un’opera che imita alla perfezione le sue serate passate sul divano a consumare video inutili. L’installazione ti osserva mentre tu la osservi. Eppure, non c’è cattiveria in questa provocazione, ma una lucida e divertita complicità.
Uscendo sulle fondamenta veneziane, la sensazione non è quella di aver assistito all’ennesimo funerale del libero arbitrio, ma a un geniale sberleffo collettivo.
Invece di farci sentire vittime fragili di un’evoluzione tecnologica inarrestabile, questa mostra ci invita a buttare giù dal piedistallo le macchine che noi stessi abbiamo costruito. E ci ricorda una verità molto semplice: forse, il primo vero passo per smettere di essere schiavi di un algoritmo è proprio quello di iniziare a ridergli apertamente in faccia.