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L’algoritmo fallimentare di Emma

Un "non finito" dell’intelligenza artificiale

Di Sabrina Galli 03/07/2026

È bastato poco più di un giorno perché Emma, il chatbot italiano sviluppato da Egomnia, passasse da una promessa dell’intelligenza artificiale made in Italy a un meme virale. Infatti, le sue risposte insensate, le allucinazioni, gli errori storici e persino alcuni consigli pericolosi hanno rapidamente invaso i social, trasformando il modello in una sorta di giullare e spingendo l’azienda a sospenderne temporaneamente il servizio.

Il caso ha inevitabilmente alimentato una riflessione sul ritardo italiano nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e sulla difficoltà dell’Europa di competere con i grandi colossi statunitensi. Tuttavia, la storia di Emma ci può far riflettere anche sul rapporto che la società contemporanea ha con il tema del fallimento, e su quanto siamo disposti ad accettarlo quando si tratta di una tecnologia che immaginiamo perfetta.

Negli ultimi anni ci siamo abituati a utilizzare modelli linguistici sempre più sofisticati. ciò che raramente vediamo, però, è tutto il percorso che precede quel risultato: anni di ricerca, versioni sperimentali, test interni, errori, correzioni e continui miglioramenti. Emma, invece, suo malgrado, ha reso visibile a tutti proprio l’instabilità e la fragilità che normalmente viene nascosta al pubblico da parte del ricercatore e sviluppatori. Tuttavia, appunto, è stata questa esposizione dell’imperfezione ad aver decretato, nel giro di poche ore, la sua condanna mediatica. Comunque, effettivamente, alcune risposte generate dalla chatbot erano oggettivamente gravi e dimostrano come un sistema ancora acerbo non dovrebbe essere presentato al grande pubblico senza adeguate misure di sicurezza e di allineamento.

Tuttavia, provando ad aprire la visione oltre la cronaca e lo scandalo mediatico, possiamo trovare uno spazio di riflessione che sfocia nel campo artistico.

Nella storia dell’arte, infatti, esiste un concetto affascinante che spesso ritorna nei lavori di molti artisti: quello del non finito. Questo termine fa riferimento ad opere apparentemente incompiute che, tuttavia, anziché essere considerate semplici errori o fallimenti, sotto i “riflettori dell’arte”, finiscono per acquisire un valore autonomo, magari diverso da quello pensato in partenza dall’artista. L’esempio più celebre è probabilmente la Pietà Rondanini, ultima scultura di Michelangelo, rimasta incompiuta fino alla morte dell’artista. L’opera conserva i segni del processo creativo, lascia emergere la materia ancora in trasformazione e, proprio per questo, comunica una tensione espressiva che una superficie perfettamente levigata forse non avrebbe restituito con la stessa intensità.

Naturalmente il paragone non vuole attribuire un valore artistico ad un’AI come Emma e ai suoi clamorosi errori. Il punto è un altro. Così come il non finito ci ricorda che il processo creativo possiede un valore oltre al risultato finale, anche l’innovazione tecnologica dovrebbe essere osservata come un percorso, non soltanto come un prodotto concluso.

In questo senso potremmo vedere in ottica diversa il caso di Emma, invece che considerarla la dimostrazione aprioristica dell’impossibilità di sviluppare un’intelligenza artificiale italiana o europea. Anche perché di casi più fortunati e riusciti ce ne sono, basti pensare a Minerva, un modello di LLM sviluppato dall’Università La Sapienza di Roma in collaborazione con la start-up e spin-off universitario Babelscape, e guidato dal professore Roberto Navigli. Il laboratorio di ricerca Sapienza NLP ha iniziato a sviluppare la famiglia di modelli già nel 2024, ma solo oggi è possibile interagirvi come si fa con ChatGPT, Gemini o Claude.