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Contrastare l’oblio è possibile?

Quando il cervello umano insegna all'intelligenza artificiale

Di Sabrina Galli 23/07/2026

Una delle sfide più complesse dell’intelligenza artificiale è quella di affinare la capacità di ricordare, evitando il più possibile un “oblio digitale” della moltitudine di informazioni che apprende nel corso del tempo. I modelli di AI, infatti, possono andare incontro a un fenomeno noto come “catastrophic forgetting”, consistente nel fatto che l’acquisizione di nuove informazioni rischia di compromettere quelle apprese in precedenza. Da questa prospettiva, quindi, si potrebbe affermare che, nel campo della memoria, l’uomo risulta ancora leggermente in vantaggio rispetto alla tecnologia, in quanto il nostro cervello sembra aver risolto questo problema da milioni di anni.

La raffinatezza della capacità mnemonica umana è stata dimostrata e spiegata da uno studio pubblicato su Nature dai ricercatori della Grossman School of Medicine della New York University. Osservando l’attività cerebrale di alcuni topi (il cui cervello è anatomicamente simile al nostro) addestrati a percorrere una pista, gli scienziati hanno analizzato il dialogo tra ippocampo e neocorteccia, le aree coinvolte rispettivamente nella formazione dei nuovi ricordi e nella loro conservazione a lungo termine.

Da questi esperimenti si è arrivati ad una rilevante scoperta riguardante il ruolo di un piccolo gruppo di neuroni, chiamati CA1, che agiscono come un vero e proprio snodo delle informazioni che ci arrivano dall’esterno. Pur partecipando sia alla ricezione sia alla trasmissione dei segnali, queste cellule utilizzano schemi di attività differenti nelle due fasi, evitando che le nuove esperienze interferiscono con i ricordi già consolidati. Un equilibrio delicato che potrebbe spiegare come il cervello riesca a imparare continuamente senza cancellare il proprio passato.

La ricerca, inoltre, ha mostrato che questo processo non si interrompe durante il sonno. Sembra, infatti, che anche mentre dormiamo i neuroni continuano a rielaborare le esperienze vissute, consolidando la memoria attraverso un dialogo costante tra ippocampo e corteccia. Dormire, quindi, significa anche permettere al cervello di organizzare e assodare ciò che ha appreso durante la giornata.

Partendo da queste scoperte che neuroscienze e intelligenza artificiale possono incontrarsi e contribuire al loro sviluppo reciproco. Infatti, se i sistemi di AI riuscissero a imitare questo meccanismo biologico, potrebbero aggiornare le proprie conoscenze senza perdere quelle precedenti, diventando più adattabili, affidabili e capaci di apprendere nel tempo. In questo modo si riuscirebbe a perfezionare il modo stesso in cui una macchina memorizza la propria esperienza, andando oltre il semplice stoccaggio di dati e informazioni soggetti al rischio del catastrophic forgetting.

Studi e ricerche come quelle precedentemente citate, suggeriscono un cambio di prospettiva, per cui lo sviluppo delle dell’IA si distacca dal solo potenziamento costante dei processori o dall’accumulo di grandissime quantità di dati e informazioni, avvicinandosi maggiormente ad un funzionamento umano e biologico dell’intelligenza e della memoria. In fondo, l’innovazione più avanzata potrebbe nascere proprio dall’imitazione di ciò che il cervello umano fa, silenziosamente, ogni giorno.