Abstract
Il contributo analizza il corpo nel post-digitale, inteso come corpo-progetto, continuamente ridefinito dai processi tecnologici e comunicativi contemporanei. In questo scenario, il corpo è attraversato da dinamiche di estensione, tracciamento e riconfigurazione della presenza, configurandosi come intersezione tra dimensione biologica, simbolica e tecnologica. La riflessione si sviluppa a partire da una prospettiva riconducibile a Ludwig Wittgenstein (1921), secondo cui il significato emerge nell’uso e nei contesti condivisi, e non da una corrispondenza
stabile tra linguaggio e realtà. In tale prospettiva, l’abito viene inteso come dispositivo linguistico e narrativo capace di mediare il rapporto tra esperienza incarnata e sistemi di significazione.
A partire da queste premesse, la ricerca di “Moda Umana” introduce il concetto di abiti-messaggio come propria declinazione metodologica e operativa. Intesi come dispositivi semiotico-performativi, gli abiti-messaggio configurano il corpo come archivio vivente di tracce biografiche, mentre l’abito opera come interfaccia capace di renderne possibile la visibilità e la riattivazione nel tempo. Integrando analisi teorica e sperimentazione artistica e materica, la ricerca propone una rilettura della crisi della presenza e della riproducibilità tecnica in dialogo con Walter Benjamin (1964), interpretando il corpo post-digitale come dispositivo critico e spazio di iscrizione dei processi simbolici e tecnologici contemporanei.
Keywords: corpo post-digitale, corpo rivestito, Moda Umana, abito-messaggio, semiotica del corpo, performatività, archivio vivente.
Homo ad Quadratum. Homo ad Circulum: dal corpo vitruviano al corpo digitalizzato
Leonardo da Vinci, intorno al 1490, affronta il tema delle proporzioni del corpo umano attraverso una rilettura personale del trattato latino De Architectura di Vitruvio (I secolo a.C.), dando forma al celebre Uomo Vitruviano, oggi preservato presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia. Il disegno, realizzato a inchiostro, inscrive il corpo umano simultaneamente in un cerchio e in un quadrato, richiamando il principio secondo cui «Tanto apre l’omo nele braccia, quanto ella sua altezza» (Vitruvio, 15 a.C.). In questo modo, il corpo viene ricondotto a un sistema proporzionale ideale che lo colloca all’interno del cerchio, simbolo del cielo e dell’immutabilità, e del quadrato, simbolo
della terra e della stabilità, definendo l’uomo come microcosmo, ovvero come punto di connessione e sintesi tra dimensione terrestre e dimensione cosmica, tra ordine geometrico e realtà fisica. Il riferimento all’homo bene figuratus — espressione che indica la ricerca di proporzioni ideali — segnala la costruzione di un canone in cui estetica, scienza e visione umanistica convergono, configurando il corpo come dispositivo simbolico che colloca l’uomo tra terra e cosmo, in una tensione continua tra struttura matematica ed esperienza incarnata. In questo senso, la geometria non è soltanto uno strumento di misurazione, ma una forma di accesso a un principio di armonia e relazione.
Nel contemporaneo post-digitale, tale paradigma si trasforma radicalmente: il corpo non è più inscritto in forme universali, ma in formati tecnici e infrastrutture mediali, digitalizzato e ricondotto a griglie visive standardizzate — come le stories 1080×1920 o i post 1080×1080 — all’interno delle quali gli algoritmi mediano continuamente l’esperienza, orientando visibilità, percezione e costruzione del sé. In questo processo, il corpo viene ridefinito come entità modulata da sistemi computazionali, in cui la promessa di efficienza e connessione convive con nuove forme di pressione, esposizione e ridefinizione del significato. In questo scenario, l’abito incontra il corpo, lo veste e lo riveste, configurandolo come struttura di senso e oggetto del desiderio (Barthes, 1967). Come afferma Roland Barthes (1967), il corpo ideale
rappresentato nella fotografia e nel disegno di moda non costituisce una celebrazione del corpo reale, ma la sua trasformazione in forma codificata in cui il canone del “bel corpo” si afferma attraverso la sua stilizzazione e deformazione, finalizzata alla produzione di una generalità che implica, di fatto, una “disapprovazione” del corpo stesso. (Ibidem).
In continuità con la logica di codificazione, l’ibridazione tra mondo fisico e digitale, resa possibile dalle tecnologie abilitanti, estende tali processi su un piano infrastrutturale e computazionale, aprendo scenari innovativi e critici caratterizzati dalla produzione inconsapevolmente di grandi quantità di dati nelle pratiche quotidiane. Come evidenzia Annalisa Buffardi (2021), l’Internet of Things, il Cloud Computing e i Big Data contribuiscono a configurare tali scenari.
Il corpo rivestito
Nel contesto post-digitale, il corpo si configura come spazio esteso e relazionale, continuamente ridefinito dall’interazione con dispositivi tecnologici e sistemi di comunicazione, fino a irrompere con il proprio immaginario nel territorio sociale. In questa prospettiva, come osserva Patrizia Calefato (in Romeo, 2023), il corpo che “significa” abito si trasforma in dispositivo capace di generare uno spazio al tempo stesso “territoriale”, “narrativo” e comunicativo. In tale scenario, i social media non si limitano a rappresentare il corpo, ma lo trasfigurano, lo calcolano e lo inscrivono in formati standardizzati, ridefinendone visibilità e percezione e mettendone in discussione i confini. Come evidenziano Derrick de Kerckhove e Annalisa Buffardi, il “punto di essere” descrive una condizione di interconnessione tra corpo, tecnologie e mondo, in cui l’esperienza del sé si espande attraverso continui processi di feedback, pur mantenendo un’origine radicata nella dimensione fisica (Buffardi, 2022; Buffardi e de Kerckhove, 2011). Le tecnologie agiscono così come estensioni e, come già aveva evidenziato Marshall McLuhan (1964), ogni medium è il messaggio: una forza capace di ridefinire le proporzioni dell’esperienza umana, modificando percezione, relazioni e organizzazione sociale. Il corpo contemporaneo emerge quindi come entità aumentata e mediata dalla comunicazione, inscritta in una dimensione tecno-sociale che ne orienta visibilità e produzione di senso (Buffardi, 2022). All’interno di questo quadro si inserisce il concetto di corpo rivestito, inteso come categoria teorica centrale per comprendere le trasformazioni dell’esperienza contemporanea. Il corpo diviene qui significante, articolandosi nella relazione tra un “grado zero” e le sue forme di mediazione vestimentaria. Il corpo rivestito si colloca così in un campo relazionale in cui sistemi di comunicazione, tecnologia e corporeità si co-producono, ridefinendo continuamente forme di presenza, visibilità e significazione (Calefato in Romeo, 2023). Pur attraversato dalla propria riproducibilità come immagine, esso
mantiene una dimensione paradossalmente unica e irriproducibile, caricandosi di senso e di “sentire” umano (ibidem). In questa prospettiva, la riflessione sulla riproducibilità tecnica in Walter Benjamin (1964) si innesta direttamente su una logica di trasformazione del regime del segno: la possibilità di riproduzione dell’opera non comporta una perdita dell’aura, ma una sua riconfigurazione all’interno dei processi di medialità, aprendo a una ridefinizione del valore dell’esperienza estetica e del corpo come campo progettuale, tecnologico e simbolico. L’abito rappresenta così il momento in cui il corpo diventa significativo, configurandosi come un sistema di segni attraverso cui il soggetto si esprime e si costruisce.
In tale contesto, la relazione tra corpo, tecnologia e rappresentazione apre a una riconfigurazione dello spazio-tempo dell’esperienza: il corpo non viene snaturato, ma rielaborato attraverso l’abito come pratica significativa, capace di incidere su ciò che vi è di più profondo e reale (Riello, 2012).
La Moda Umana al servizio del corpo-progetto
A partire dall’analisi del contemporaneo, la Moda Umana [1] si configura come pratica di ricerca artistica e progettuale al servizio del corpo-progetto, collocata all’intersezione tra arte, design e tecnologie emergenti che trova negli abiti-messaggio la propria declinazione operativa e metodologica. Essa affronta un problema teorico specifico che attraversa tanto il fashion design critico quanto l’artistic research: la tendenza a ricondurre l’abito entro una logica prevalentemente rappresentazionale o a intenderlo come esito estetico di un processo sperimentale, senza metterne in discussione la funzione epistemologica rispetto al corpo.
In tale contesto si consolida il passaggio dal corpo inteso come entità rappresentativa al corpo come dispositivo processuale di significazione, in cui dimensioni biologiche, tecnologiche e simboliche risultano inseparabili. La proposta di Moda Umana interviene su questo limite teorico riconfigurando l’abito come infrastruttura epistemologica del corpo. La metodologia integra analisi teorica e sperimentazione artistica e materica, configurando il corpo post-digitale come dispositivo critico e spazio di iscrizione dei processi tecnologici e simbolici. L’abito assume così il valore di dispositivo semiotico-performativo, definito come abito-messaggio, che non descrive il corpo ma lo attiva come superficie narrativa e archivio di tracce biografiche, a partire dal quale l’identità emerge piuttosto che preesistere. Il corpo si configura come archivio vivente di tracce biografiche, mentre l’abito opera come interfaccia capace di renderne possibile la visibilità e la riattivazione nel tempo.
Ne deriva una riformulazione del rapporto tra corpo e moda che supera la rappresentazione e la processualità estetica, proponendo il corpo come spazio di iscrizione e trasformazione continua, in cui narrazione, materia e biografia risultano co-costitutive. Su questa base, il progetto sviluppa un approccio metodologico integrato che combina analisi qualitativa — netnografia, interviste e studio delle fonti — e sperimentazione progettuale e materica, attraverso l’impiego di materiali di scarto, processi adattativi e tecnologie emergenti. L’approccio si articola in logiche 4D, intese come estensione spazio-temporale del progetto, in cui l’abito non è concepito come oggetto statico ma come processo evolutivo attivabile in differenti condizioni di esperienza: installazioni, ambienti espositivi, dispositivi digitali e forme audiovisive.
Il progetto non si configura come soluzione formale, ma come dispositivo di ricerca aperto, in cui l’abito è inteso come messaggio persistente e riattivabile nel tempo, capace di estendere il proprio significato attraverso tecnologie emergenti e linguaggi transmediali.
L’abito diventa così un’opera-processo che eccede la propria materialità, attivando relazioni tra corpo, memoria e mediazione tecnica e interrogando il rapporto tra corpo, tecnologia e identità. In questo senso, il corpo è inteso come materia extrasegnica: come afferma Ferruccio Rossi-Landi (1985), oggetti, corpi e situazioni “non sono in se stessi segnici, anche se possono sempre diventarlo”, poiché nulla è escluso dalla possibilità di farsi segno. La ricerca si colloca infine in una riflessione sulla crisi della presenza e sull’epistemologia del limite, proponendo una pratica progettuale che rende visibili e interrogabili le tensioni che attraversano il contemporaneo. Il corpo emerge come campo di instabilità tra esposizione e sottrazione, mentre la presenza si configura come fenomeno oscillante tra esperienza fisica e mediata e continuamente negoziata.
In questa cornice, l’abito diventa spazio di mediazione tra corpo, tempo e memoria che, nella prospettiva della Moda Umana, non si esaurisce nel qui e ora, ma si estende come traccia persistente. In tale estensione, il corpo, in dialogo con abito, design, ricerca e tecnologie emergenti, si configura come corpo-progetto: un dispositivo relazionale in cui materia, segno e tecnologia si co-producono, rendendo visibili e criticamente interrogabili le tensioni del presente e ridefinendo la presenza come condizione processuale e instabile.
Bibliografia
Barthes, R., Il senso della moda, Milano, Einaudi, 1970
Benjamin, W., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi, 1964
(ed. orig. 1936)
Buffardi, A., Futuri possibili, Napoli, Egea Editore, 2021
Buffardi, A.; De Kerckhove, D., Il sapere digitale. Pensiero ipertestuale e conoscenza connettiva, Napoli, Liguori, 2011
Calefato, P., in Romeo, A., Sociologia dei processi culturali, nuova edizione, Milano, Mimesis, 2023
McLuhan, M., Understanding Media, 1964 (trad. it. Gli strumenti del comunicare, Milano, Il Saggiatore, 1990)
Riello, G., La moda. Una storia dal Medioevo a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2012
Vitruvio, De architectura, III, i, 2-3 (I sec. a.C.)
Wittgenstein, L., Tractatus Logico-Philosophicus, Torino, Einaudi, 1921 (ed. 1980)