C’è un momento, nella storia di Internet, in cui tutto sembra muoversi più velocemente della nostra capacità di comprenderlo. È da questa consapevolezza che nasce “Out of the box – Internet bene comune”, il convegno che ha celebrato i venticinque anni del capitolo italiano dell’Internet Society trasformandosi in un laboratorio di idee sul futuro della rete. L’incontro, pensato come spazio aperto e multidisciplinare, ha riunito ricercatori, professionisti, istituzioni e cittadini per interrogarsi su ciò che oggi significa vivere dentro un ambiente digitale che non è più neutro né lineare.
Tra le voci più attese c’era Stefano Giordano, presidente di Internet Society Italia, ingegnere delle telecomunicazioni e testimone diretto dell’evoluzione della rete dagli albori accademici alla sua diffusione globale. Con uno sguardo insieme storico e critico, Giordano ha riportato al centro la domanda che attraversa tutta la giornata: come preservare l’idea di Internet come bene comune in un tempo segnato da nuove concentrazioni di potere, automatismi e intelligenza artificiale?
In questa intervista ripercorriamo i punti chiave del suo intervento, che invita a leggere la rete non come un semplice strumento, ma come uno spazio vivo che richiede partecipazione, competenza e responsabilità condivisa.
Nell’ambito del convegno “Out of the box – Internet bene comune”, quali temi e punti cruciali ha affrontato nel suo intervento?
In qualità di presidente dell’Internet Society, ho ricordato come all’epoca Internet fosse un interesse quasi esclusivamente accademico. Si parlava delle NREN – le National Research Education Networks – le reti attraverso cui le università condividevano ricerche e risultati scientifici. Il 1992 segna però un momento di svolta: con l’arrivo dell’interfaccia grafica e dei primi browser, Internet diventa fruibile a un pubblico più ampio. Tutti parlavano di “World Wide Web”, ma il vero motore del cambiamento fu proprio il browser. Oggi, in molti Paesi occidentali, una parte significativa della popolazione utilizza Internet senza aver mai acceso un computer tradizionale. Ripensando al trentunesimo anniversario del primo collegamento italiano alla rete – in un evento con Carlo Calenda, allora ministro dello Sviluppo economico, ed Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale – emerse un dato chiaro: la classe dirigente del Paese non aveva compreso la portata rivoluzionaria di Internet e delle tecnologie di rete. Molti consideravano la rete come “un altro computer”, mentre si trattava di un cambiamento radicale del modo di vivere, produrre e competere. Questo ritardo si è tradotto in minori opportunità di crescita e di occupazione.
A oltre trent’anni di distanza, anche i livelli più alti della governance e del mondo industriale riconoscono finalmente la centralità di Internet.
Il mio intervento ha quindi avuto un duplice obiettivo: spiegare che cosa sia realmente l’Internet Society e ribadire che la rete non è soltanto “per tutti”, ma è “di tutti”. Il valore di Internet deriva dal contributo di ciascuno: utenti, professionisti, studenti. Oggi molte innovazioni nascono direttamente dagli utenti finali, mentre cinquant’anni fa potevano permettersele soltanto le grandi aziende.
Viviamo in una società dell’informazione e della conoscenza: non basta parlare di transizione digitale, servono competenze, cultura, consapevolezza. La nostra visione si sintetizza in una frase: Internet is for everyone. La nostra missione è sostenere una rete globale che migliori la vita delle persone e rappresenti una forza positiva per la società.
In che modo il suo intervento si è collocato criticamente rispetto al quadro attuale discusso al convegno?
Il mio intervento si inserisce nel dibattito come un richiamo alla responsabilità e alla consapevolezza. La rete sta cambiando rapidamente e non possiamo limitarci a subirne gli effetti. Dobbiamo essere attori propositivi, capaci di governare la tecnologia: altrimenti ne resteremo semplici acquirenti o utenti passivi.
Ho ribadito che la società dell’informazione richiede competenze e non solo strumenti. Internet deve essere considerato un bene condiviso, vivo grazie al contributo di tutti. Gli sviluppi della rete sono sempre più determinati dagli utenti stessi, e ciò rende ancora più centrale l’educazione digitale e una visione strategica di lungo periodo.
Internet sta cambiando natura? Sta perdendo il suo carattere multistakeholder e collaborativo? Come valutate questa evoluzione e quali azioni sono necessarie per preservare lo spirito originario della rete?
Per affrontare il tema è inevitabile parlare anche dell’impatto dell’intelligenza artificiale. I suoi ingredienti fondamentali sono chiari: senza la rete non esisterebbe un’IA accessibile a tutti. L’IA si basa sui dati, sulle infrastrutture hardware che permettono di elaborarli rapidamente e sulle architetture di reti neurali più avanzate. E tuttavia senza dati non c’è IA: da qui l’importanza del contributo degli esperti, di chi seleziona e certifica dati di qualità evitando il principio “Garbage In, Garbage Out”, spazzatura entra, spazzatura esce.
Il vero valore risiede nelle persone – dai ricercatori ai professionisti di settori come la difesa o la medicina. È la competenza di dominio a fare la differenza. Gli algoritmi eseguono calcoli, e ciò che oggi chiamiamo “intelligenza artificiale” potrebbe forse essere definito più correttamente “intelligenza meccanica”.
Come il cloud, anche l’IA è possibile solo grazie alla rete. Questo conferma quanto sia importante preservare un modello aperto e partecipativo. Il paradigma multistakeholder pone domande cruciali: chi partecipa? Chi contribuisce? Chi controlla i dati? Chi ne trae beneficio? E soprattutto: come garantire che Internet rimanga uno spazio aperto, condiviso e orientato al bene comune?