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Creatività  e algoritmi, L’arte resta umana nell’era dell’AI?

Nicoletta Biglietti 12/02/2026

L’intelligenza artificiale generativa è arrivata. E ha cambiato tutto. Testi, immagini, persino opere complesse possono essere create automaticamente. In questo scenario, la domanda diventa urgente: che spazio rimane per le arti?

Un articolo pubblicato su «The Straits Times» nel 2026 (“Now that we have AI, what are the arts for?”) sottolinea un rischio concreto: l’uso crescente dell’AI in educazione e interazioni quotidiane può erodere il pensiero critico e la capacità di interpretare il mondo. “le arti non sono un lusso. Sono strumenti essenziali per allenare immaginazione, autonomia e discernimento, qualità che nessun algoritmo può sostituire.

Questa prospettiva ha radici profonde. Gianni Rodari considerava la creatività come un pensiero capace di generare connessioni nuove e originali. Non un privilegio per pochi, ma una facoltà da coltivare in tutti. Esercitare la creatività significa esercitare autonomia. Significa proteggersi dalla passività mentale, quella indotta dall’automazione e dall’abitudine. Howard Gardner, con la sua teoria delle intelligenze multiple, sottolinea che la creatività non si limita all’arte: è un modo di pensare trasversale, presente in molti ambiti, e fondamentale per risolvere problemi complessi. Ma anche Mihaly Csikszentmihalyi quando parla di flow – lo stato in cui l’individuo è completamente immerso nell’attività creativa – segnala che la creatività autentica nasce dall’interazione tra capacità individuali e contesto culturale. 

Eppure, è innegabile: l’AI offre strumenti potenti. Nel campo musicale,ad esempio, Brian Eno ha sperimentato per decenni sistemi generativi capaci di produrre variazioni autonome. Tecnologia e creatività possono coesistere. Ma Eno lo ricorda: la cura umana resta insostituibile per dare forma e significato alle idee.

Anche le arti visive mostrano percorsi simili. Al Guggenheim Museum di Bilbao, Living Architecture: Gehry di Refik Anadol ha trasformato archivi di immagini di Frank Gehry in paesaggi visivi e sonori dinamici. L’AI non era solo strumento. Era parte integrante della creazione. Le forme generate ridefinivano l’eredità di Gehry, creando un’esperienza immersiva che fondeva architettura, dati e immaginazione.

Negli ultimi anni, strumenti come Midjourney, DALL‑E e Stable Diffusion hanno cambiato il panorama creativo. Uno studio su «PNAS Nexus» del 2024 ha analizzato milioni di opere generate con questi sistemi, mostrando che l’AI incrementa fino al 50% la produttività creativa e favorisce la sperimentazione stilistica. Tuttavia, lo stesso studio evidenzia un rischio: la novità media delle opere può diminuire senza una guida umana, portando a risultati più uniformi. In altre parole, l’AI è potente. Ma da sola non basta. La selezione e il giudizio dell’artista rimangono centrali.

Anche il ruolo degli artisti è cambiato. Uno studio pubblicato su «Computers in Human Behavior» nel 2024 (“Co‑creating art with generative artificial intelligence: Implications for artworks and artists”) riveva che opere co‑create con AI sono percepite come più innovative, ma anche meno autentiche. La reputazione dell’artista può risentirne se il contributo umano non viene chiarito. L’esperienza e la cura del processo creativo umano sono quindi ciò che valorizza l’opera.

Un’indagine comparativa tra artisti professionisti e non artisti (“Expertise elevates AI usage: experimental evidence comparing laypeople and professional artists”) del 2025 conferma il quadro: l’AI facilita la produzione, ma le competenze umane restano determinanti. Gli artisti esperti guidano i modelli AI, preservando coerenza e stile personale. La creatività umana non viene sostituita. Si trasforma in collaborazione co‑creativa, dove il valore aggiunto rimane nel giudizio e nella selezione dell’artista.

In definitiva, l’arte nasce dall’esperienza umana. Già nel teatro greco, tragedie e commedie servivano a esplorare emozioni, conflitti e dilemmi morali, trasformando l’esperienza individuale in riflessione collettiva e catarsi. Anche nel Rinascimento, artisti come Michelangelo e Leonardo non si limitavano a rappresentare il mondo: cercavano di dare forma alla psiche, alle tensioni interiori e alla relazione tra individuo e universo. Nel Barocco e nel Romanticismo, l’arte continuava a indagare passioni, conflitti e dilemmi esistenziali. Questa tensione tra espressione personale e funzione collettiva attraversa i secoli.

Dall’espressionismo di Kirchner, con le sue figure distorte e l’energia visiva intensa, all’espressionismo astratto, fino a figure contemporanee come Gina Pane e Hermann Nitsch, la creazione artistica resta atto di liberazione, catarsi e analisi critica. Joseph Beuys, con il concetto di «scultura sociale» e Bruno Munari, ricordando che «l’arte non deve essere separata dalla vita», ribadiscono un punto fondamentale: l’arte è processo, non solo prodotto.

L’AI amplia possibilità tecniche, certo. Ma le arti continuano a offrire ciò che nessuna macchina può replicare pienamente: la capacità di interrogare il mondo, di esprimere interiorità e di fare domande senza risposte “preconfezionate”.