Anche se per alcuni può sembrare il titolo di un prequel della serie animata giapponese Cowboy Bebob, “Bebop.genesis” è, invece, il nome di un account Instagram che, ad oggi, conta quasi 330 mila follower.
A livello visivo il feed del profilo richiama immediatamente l’immaginario degli anime (abbreviazione di animēshon, indica i prodotti d’animazione giapponese) tipici degli anni ’80 e ’90. Un repertorio fatto di atmosfere utopiche e cyberpunk, tecnologie fantascientifiche, personaggi enigmatici, robot e scenari post-umani. Tuttavia, le immagini e i video in questione non si rifanno a nessuna serie tv o film esistente, ma sono il frutto di un atto creativo del proprietario del profilo, che le ha generate utilizzando l’intelligenza artificiale generativa.
Motociclette futuristiche, androidi con protesi biomeccaniche, città post-apocalittiche, atmosfere al neon: attraverso strumenti come Midjourney, l’autore costruisce un immaginario visivo dall’estetica vintage estremamente riconoscibile. Riprendendo lo stile d’animazione iconico del passato recente, Bebop.genesis va a stimolare attivamente la memoria visiva collettiva di un’intera generazione.
Scrollando il profilo, per esempio, salta subito alla mente dei più appassionati opere emblematiche come la serie animata Neon Genesis Evangelion, dove il rapporto tra corpo, tecnologia e identità vengono messi al centro della narrazione e dell’estetica. È proprio questo tipo di eredità narrativa e visuale che Bebop.genesis cerca di riproporre sfruttando l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
In progetti come questo è facile individuare una sorta di “tensione” tra due temporalità: da una parte un immaginario analogico, fatto di animazione tradizionale in 2D, dall’altra un processo interamente digitale basato sui modelli generativi.
Ecco, però, che si apre una questione inevitabile sulla liceità e la correttezza di questo tipo di operazioni. Le immagini funzionano perché copiano direttamente stili, personaggi e narrazioni pensati nel corso degli anni e frutto del lavoro meticoloso di grandi autori e studi come Madhouse, Gainax, Ghibli o Sunrise. Quando un modello generativo copia e restituisce quello stesso linguaggio visivo in pochi istanti, il rischio è che un’intera eredità artistica e autoriale venga ridotta a pura apparenza estetica.
Eppure, fermarsi a questa critica rischia di essere limitante. Iniziative come bebop.genesis, infatti, aprono anche un’altra possibilità: quella di utilizzare l’intelligenza artificiale non come semplice scorciatoia creativa, ma come strumento di continuità stilistica e artistica. Se usata con consapevolezza, magari dichiarando apertamente le proprie influenze, l’AI può diventare un mezzo per rendere omaggio a dei grandi autori, spesso inarrivabili e irreplicabili.
Si pensi al maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki, cofondatore insieme al collega e mentore Isao Takahata dello Studio Ghibli, uno degli studi più importanti e apprezzati del settore. Oggi, con Miyazaki 85enne e ormai vicino al termine della sua carriera, sta emergendo in molti suoi fan una certa malinconia all’idea di non poter più assistere alla nascita di nuovi mondi e personaggi con il suo stile inconfondibile. Tuttavia, la possibilità di generare immagini che ne richiamino l’estetica, forse, potrà contribuire almeno in parte ad attenuare questa nostalgia. Sia chiaro, la proposta non vuole portare ad una sostituzione e replicazione delle opere originali ma, in modo dichiarato e consapevole, mantenere viva la loro memoria e il patrimonio artistico di Miyazaki.
La questione, come sempre, non è tanto essere a favore o contro l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, ma interrogarsi sul modo con cui viene utilizzata. Tra sperimentazione artistica e replica illecita c’è un limite sottile, ma se si riesce a non oltrepassarlo, si può ottenere, come nel caso di Bebop.genesis, nuove forme di racconto capaci di far perpetuare coscientemente l’eredità visiva da cui nascono.