È il 2006. Un designer e sviluppatore statunitense di nome Aza Raskin introduce una funzione apparentemente innocua: invece di cliccare su “pagina successiva”, i contenuti continuano a comparire da soli. Scorri e ne arriva un altro. Scorri ancora e ne arriva un altro ancora. L’idea è semplice: rendere la navigazione più fluida, eliminare gli attriti, tenere l’utente immerso nell’esperienza . Funziona. Forse fin troppo bene.
Vent’anni dopo quello che sembrava un piccolo accorgimento tecnico è diventato una delle infrastrutture invisibili di Internet. Lo troviamo ovunque: social network, piattaforme video, siti di notizie. Un meccanismo così integrato nelle nostre abitudini da risultare quasi impercettibile. Eppure ha cambiato il modo in cui consumiamo informazioni.
Perché quando un sistema viene progettato per catturare attenzione, tende anche a produrre conseguenze inattese. Una di queste oggi ha un nome: Slopaganda.
Il termine nasce dall’unione di AI slop e propaganda. Non indica semplicemente contenuti falsi o manipolati. Descrive qualcosa di più ampio: un ecosistema informativo saturo, dove la quantità tende a prevalere sulla qualità e dove il rumore diventa sempre più difficile da distinguere dal segnale .
Il concetto è stato discusso esplicitamente nel simposio AI Politics: Slop and Slopaganda, ospitato alla Schirn Kunsthalle Frankfurt, dove ricercatori, teorici dei media e artisti hanno analizzato come l’intelligenza artificiale stia assumendo un ruolo che va oltre quello di semplice strumento tecnico, avvicinandosi a quello di “infrastruttura” .
E la distinzione, qui, non è solo terminologica, ma anche politica. Uno strumento viene usato. Un’infrastruttura, invece, definisce lo spazio di possibilità in cui tutto il resto avviene. Resta sullo sfondo, ma contribuisce a determinare cosa può essere visto, prodotto, condiviso.
Milioni di immagini, video e testi attraversano ogni giorno i nostri schermi. Una parte crescente viene prodotta, modificata o adattata da sistemi di intelligenza artificiale capaci di generare contenuti in pochi secondi e a costi minimi. Il risultato non è soltanto una maggiore disponibilità di informazioni. È un aumento vertiginoso della loro densità.
Per molto tempo il problema dell’informazione è stato la scarsità. Le fonti erano limitate, l’accesso difficile, la distribuzione lenta. Oggi la situazione si è ribaltata. Le informazioni non mancano. Semmai traboccano.
E quando tutto compete per la nostra attenzione, il problema non è più trovare qualcosa. È capire cosa “ignorare”.
In questo contesto l’intelligenza artificiale agisce come un acceleratore. Produce testi, immagini e video in quantità enormi, genera variazioni infinite dello stesso contenuto e alimenta un ambiente dove la ripetizione non rappresenta più un difetto del sistema, ma una sua caratteristica strutturale.
Per questo, ricercatori come quelli coinvolti nello studio pubblicato su ArXiv intitolato «Slopaganda: The interaction between propaganda and generative AI», interpretano fenomeni come la Slopaganda non come anomalie, ma come possibili conseguenze dell’ecosistema digitale contemporaneo. Quando il volume dei contenuti supera la capacità di verifica e di elaborazione degli individui, il rumore smette di essere un incidente. Diventa parte del paesaggio. Come osserva James Bridle in «New Dark Age», l’abbondanza di informazioni, lungi dal promuovere la chiarezza, può generare una nuova forma di oscurità, rendendo più difficile la comprensione del mondo.
Lo scroll infinito contribuisce a rafforzare questa dinamica. La sua logica è semplice: non esiste un punto naturale di uscita. Il contenuto successivo è sempre disponibile e la possibilità di fermarsi viene costantemente rimandata. La continuità diventa la norma.
In una struttura simile i contenuti brevi, frequenti e facilmente consumabili hanno un vantaggio evidente. Diversi studi sul comportamento digitale, come quello apparso su «SAGE Journals» sulla “dopamine-scrolling“, hanno collegato questo modello a meccanismi di ricompensa intermittente, nei quali l’incertezza rispetto a ciò che apparirà dopo aumenta la probabilità di continuare a scorrere, stimolando il rilascio di dopamina e creando una dipendenza comportamentale .
La Slopaganda si colloca perfettamente dentro questa logica. Non ha bisogno di essere approfondita. Non deve necessariamente convincere. Deve soprattutto continuare ad apparire – ancora e ancora.
Negli stessi ambienti si è diffuso anche il termine Brain Rot, utilizzato per descrivere la sensazione di affaticamento cognitivo associata all’esposizione continua a contenuti brevi, frammentati e ripetitivi. Non si tratta di una diagnosi clinica, ma di una definizione culturale che cerca di dare un nome a un’esperienza sempre più comune.
Alcune ricerche nell’ambito della psicologia dei media suggeriscono che l’esposizione prolungata a flussi costanti di stimoli possa influenzare la capacità di mantenere l’attenzione e di elaborare informazioni complesse. Le conclusioni restano oggetto di dibattito, anche se una tendenza appare evidente: più aumenta il volume degli stimoli, più diventa difficile dedicare tempo e risorse cognitive a ciascuno di essi. Byung-Chul Han, nel suo lavoro sulla società della stanchezza e dell’informazione, evidenzia come l’eccesso di positività e di stimoli porti a una forma di esaurimento che impedisce la riflessione profonda e la critica . La Slopaganda può essere letta anche in questa prospettiva. Non perché modifichi necessariamente il contenuto delle informazioni, ma perché modifica l’ambiente nel quale quelle informazioni circolano. E l’ambiente conta.
Conta perché influenza ciò che vediamo, ciò che ignoriamo e anche ciò che tende a emergere come rilevante. Come teorizzato originariamente da Marshall McLuhan con la celebre formula «il medium è il messaggio», l’ambiente mediale plasma la nostra percezione della realtà; un concetto ulteriormente approfondito da Neil Postman in «Amusing Ourselves to Death», dove analizza come la forma del medium determini la qualità del discorso pubblico.
A questo punto emerge una questione più profonda: quella della verità. Nella tradizione filosofica, essa può essere intesa come corrispondenza ai fatti, coerenza interna a un sistema di pensiero o consenso raggiunto attraverso il dialogo. Tuttavia, l’ecosistema della Slopaganda mette in crisi queste visioni: la saturazione di contenuti sintetici rende ardua la verifica dei fatti, le bolle algoritmiche creano coerenze fittizie e il rumore informativo impedisce un reale consenso razionale. In definitiva, la verità smette di essere un punto di riferimento oggettivo per diventare un sottoprodotto della circolazione virale.
Non sempre emerge ciò che è più accurato. Spesso emerge ciò che circola meglio.
Per questa ragione viene frequentemente richiamato il pensiero di Jean Baudrillard, che ha analizzato il passaggio dalla rappresentazione alla simulazione. Secondo questa prospettiva, alcune immagini e alcuni segni possono acquisire una propria autonomia rispetto alla realtà che dovrebbero descrivere. La loro forza non dipende più dal legame con un originale, ma dalla capacità di essere riprodotti, condivisi e diffusi, portando alla creazione di un'”iperrealtà” dove il simulacro precede e modella il reale .
Molti contenuti generati dall’intelligenza artificiale sembrano inserirsi proprio in questa dinamica. Non rappresentano necessariamente un evento accaduto. Esistono perché possono essere prodotti, distribuiti e consumati all’interno del flusso, contribuendo a un’erosione della distinzione tra originale e copia.
La Slopaganda può essere letta come uno dei possibili sintomi di questa trasformazione, un’espressione dell’iperrealtà baudrillardiana in cui la proliferazione di contenuti AI rende sempre più difficile ancorare la verità a un referente esterno o a un consenso razionale.
Non viviamo in un’epoca priva di informazioni. Viviamo in un’epoca che ne produce più di quante possiamo elaborare. E in uno spazio sempre più affollato, la competenza decisiva non è soltanto sapere. È saper selezionare.