Venerdì 17 e sabato 18 aprile, Brescia si è trasformata in un laboratorio aperto all’ascolto per l’estetica contemporanea. L’Accademia di Belle Arti SantaGiulia e il Conservatorio Luca Marenzio hanno presentato la terza edizione di ARTI INCROCIATE, un progetto di ricerca artistico-scientifica che unisce arti visive e del suono. L’edizione 2026 si concentra sul corpo nel post-digitale con le performance che si sono tenute al Teatro di Posa dell’Accademia SantaGiulia, seguite dalle tavole rotonde che si sono tenute durante il confronto presso il Conservatorio.
Nato dall’intuizione di Marcella Mandanici ( compositrice, ricercatrice e docente di Didattica della Musica presso il Conservatorio di Musica di Brescia) e Massimo Tantardini (Vicedirettore con delega alla ricerca e alla produzione artistica Coordinatore di Dipartimento di Arti Visive) e curato da quest’ultimo insieme a Simonluca Laitempergher e Matteo Tundo, il progetto si conferma un polo di ricerca artistico-scientifica AFAM di alto livello. Il focus di quest’anno è una sperimentazione sul corpo nel post-digitale.
La rassegna si è aperta venerdì 17 presso il Teatro di Posa dell’Accademia con una performance visuale e acusmatica. L’intervento ha rappresentato la “messa a terra” della ricerca di Arianna Ferrari, sviluppata nell’ambito del dottorato in Arti Visive e Umanesimo Tecnologico sotto la supervisione del Professor Tantardini.
«La performance trasforma il corpo nel punto di emersione di una soggettività distribuita, attivando un campo relazionale dove il confine tra bios e codice si fa ambiguo e sottile, in piena coerenza con le istanze di quello che ricerchiamo nell’ambito del “nostro” Umanesimo Tecnologico”, ha illustrato Massimo Tantardini, Vicedirettore con delega alla ricerca e alla produzione artistica e Coordinatore di Dipartimento di Arti Visive»
La dimensione sonora della performance è stata animata da un collettivo del Conservatorio Luca Marenzio. I musicisti Diego Pugliese, dottorando, Simone Boffa, Alessandro Pandin ed Emanuele Cazacu, studenti del Triennio, hanno dato vita a un ambiente acusmatico immersivo, muovendo il suono tra il pubblico e improvvisando su una struttura a blocchi in costante dialogo con la performer. Un contributo tecnico, creativo ed essenziale è stato quello di Simone Polizzi, studente del Biennio, responsabile della spazializzazione della voce: il suo lavoro ha permesso di “scollegare” la sorgente sonora dal corpo fisico di Arianna Ferrari, creando una percezione frammentata e disorientante della parola, asse portante dell’intera indagine sul post-digitale.
Il risultato è stato un dispositivo acusmatico in cui la voce di Arianna Ferrari veniva “spaccata” nello spazio sonoro. Ascoltare una voce scollegata dal corpo fisico della performer ha generato un disorientamento voluto e necessario, offrendo al pubblico un’esperienza in cui parola, suono e azione convergevano in un unico flusso.
La giornata di sabato 18 aprile ha spostato il baricentro presso la Sala Bazzini del Conservatorio. Durante una tavola rotonda mattutina, ricercatori e studenti si sono confrontati esplorando nuovi scenari espressivi.
Il Direttore dell’Accademia, il Professore Paolo Sacchini, ha evidenziato come il digitale – lungi dall’essere solo uno strumento – sia una piattaforma capace di riunire i media, azzerando le distanze, modificando radicalmente la nostra quotidianità e i nostri lavori.
Il professor Matteo Tundo ha ricordato che, pur essendo alla terza edizione, il progetto è in una fertile fase di costruzione che richiede tempo e dedizione.
Infine il professor Massimo Tantardini ha sottolineato come la trasversalità nelle discipline accademiche è ormai imprescindibile, con ciò si sottolinea come i confini della stanza non corrispondono più ai confini della didattica.
L’incontro ha approfondito il rapporto tra indagine autoriale e tecnologia, dando voce diretta agli studenti dei Bienni Specialistici dell’Accademia SantaGiulia e dei ragazzi del triennio, biennio e di un dottorando del Conservatorio.
Chiara Ongarelli, studentessa Accademia SantaGiulia indirizzo Grafica e Comunicazione, ha portato una riflessione sdoppiata sul corpo. Nel rapporto corpo-spazio, ha utilizzato HTML, CSS e Intelligenza Artificiale per interpretare i gesti e il movimento umano nello spazio urbano. Nel rapporto corpo-relazione, ha ideato un complesso chatbot: non un semplice botta e risposta, ma un “viaggio astrale” emotivo in cui l’utente dà in pasto i propri ricordi a un’entità digitale, sollevando interrogativi sulle derive acustiche e interattive delle città contemporanee.
Laura Rusconi, studentessa Accademia SantaGiulia indirizzo Comunicazione e Didattica dell’Arte, ha presentato “Voci in attesa”, un progetto di tesi triennale nato presso il Museo Domenico Ghidoni di Ospitaletto. La sua ricerca ha tradotto la materia scultorea in suono attraverso il gesto: il pubblico era invitato a toccare opere in marmo, gesso e bronzo, nelle opere realizzate per l’occasione dallo scultore Fabio Ingrosso. Il pubblico era invitato ad utilizzare questi oggetti per produrre suoni e i suoni prodotti venivano registrati. Le registrazioni sono poi confluite nell’opera Parallel di Giorgio Presti e Corrado Sajia. Il progetto si è concluso con un concerto acusmatico immersivo dove la dimensione dell’ascolto superava quella visiva.
La mattinata ha coinvolto anche la studentessa Sabrina Galli, studentessa del Biennio specialistico in Arti Visive Contemporanee, con l’installazione “COME TI VEDI ORA?”. L’opera è una struttura immersiva in cui il pubblico è invitato a entrare, scoprendo un ambiente percettivamente straniante composto da doppi schermi e doppi specchi. I monitor proiettano, in loop, corpi maschili e femminili stereotipati e idealizzati tratti da Instagram, accompagnati da voci e suoni disturbanti che generano un forte disorientamento. L’obiettivo dell’artista è rendere tangibile l’impatto negativo e pervasivo dei modelli fisici perfetti diffusi sui social media, dando forma all’inquietudine condivisa e all’instabilità che proviamo verso il nostro stesso corpo. Costringendo lo spettatore a specchiarsi in uno spazio saturo di perfezione irraggiungibile, l’opera innesca un turbante cambiamento della propria immagine riflessa. In questo dispositivo claustrofobico, riconoscersi e accettarsi nella propria pelle diventa un’impresa impossibile.
Il comparto del Conservatorio ha poi visto gli interventi di Francesca Cordone, Ludovico di Meco e Simone Polizzi, ragazzi del triennio al Conservatorio di Brescia, e del dottorando Diego Pugliese.
Quest’ultimo ha presentato una ricerca dal forte spessore analitico che affonda le radici nella dimensione letteraria e teatrale. Questo percorso è confluito poi nell’esplorazione delle ‘Città invisibili’, in cui Pugliese ha ragionato su come fissare l’unicità dei luoghi attraverso il suono, attingendo alla lezione della scuola tedesca e parigina con echi che spaziano da Ligeti a Battiato.
Un’ulteriore esplorazione sul tema dell’incomunicabilità è arrivata da due studenti del conservatorio, Francesca Cordone e Ludovico di Meco, che hanno “hackerato” dei vecchi telefoni a cornetta. Il loro progetto parte infatti dall’opera La Voce Umana di Jean Cocteau. Sottolineare questo punto di partenza è fondamentale, poiché la riflessione sulla voce come traccia di una presenza assente e il dramma dell’incomunicabilità fungono da perno per l’indagine.
Attraverso una manipolazione tecnica del dispositivo, la voce di chi parlava veniva alterata in tempo reale, giungendo all’ascoltatore dall’altro capo del filo in modo distorto e incomprensibile. L’installazione si fonda su un paradosso relazionale: nel momento in cui l’interlocutore non è in grado di decifrare il messaggio, il dialogo si spezza e si ripiega inevitabilmente su se stesso, trasformando l’illusione di un’interazione in uno straniante e alienante soliloquio.
Sempre tra i contributi dei ragazzi del Conservatorio, quello di Simone Polizzi si è basato su un esperimento sulla riproduzione vocale. Il giovane ha sviluppato un sistema di codice in grado di analizzare e riprodurre fedelmente la voce di una persona. Grazie alla partecipazione del professor Fabrizio Saiu, in sala, Polizzi ha potuto fare un esperimento di riproduzione vocale sintetica: è riuscito non solo a replicarne il timbro, ma anche a fargli pronunciare frasi del tutto nuove, che suggeriva lui stesso nel codice, sollevando interrogativi sull’identità e l’autorialità nel panorama post-digitale.
Lontano dall’essere una mera vetrina, ARTI INCROCIATE si è imposto come un ecosistema vivo e operativo, creando una sinergia inedita tra due mondi differenti e portando in prima linea studenti e dottorandi. Un punto di partenza solido che, azzerando i confini tra suono, immagine e codice, ci lascia con un interrogativo profondo e quanto mai attuale: cosa significa, oggi, abitare un corpo?