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Enrico Dedin

Tra mitologia del presente e tribalismo tecnologico

Di Stefano Boccardelli 08/10/2026

In un’epoca in cui siamo immersi in flussi di dati e dispositivi, l’indagine contemporanea sente l’urgenza di fermarsi per decodificare le strutture invisibili che plasmano la nostra coscienza. In questa linea di sospensione tra percezione visiva e riflessione antropologica si colloca la ricerca di Enrico Dedin [1], artista selezionato nel volume “L’Arte del XXI Secolo. Temi, linguaggi, artisti”[2] e inserito nel XVI Annuario della Videoarte Italiana. La sua opera si configura come un crossover tra pratiche artistiche e ricerca sociologica, esplorando come le interfacce digitali ridefiniscano l’identità e l’esperienza incarnata nell’era dell’algoritmo.

Mirrorphones: lo smartphone come specchio antropologico.
La produzione più recente dell’artista trova il suo fulcro nella serie di poster 70x100cm denominata Mirrorphones. In questo ciclo di opere, il dispositivo cessa di essere un mero strumento per configurarsi, secondo le categorie di Byung-Chul Han, come un “infoma”: un aggregato di informazioni che agisce direttamente sulla psiche. Lo smartphone si tramuta in uno specchio antropologico che rivela la struttura mentale dell’utente: dipendenze, desideri e regressioni cognitive legati alla delega del pensiero umano alle intelligenze artificiali.
Dedin interviene nel processo della GenAI, fondendo gesto artistico e found footage per generare una cosmogonia contemporanea grottesca:
La prima opera ritrae un dispositivo Samsung fuso con un corpo umano obeso e deforme, sotto il monito “Feed me more”.Nel secondo poster lo smartphone assume le sembianze di un biberon da cui sgorga latte, accostato a un peluche marchiato “AI”.La composizione seguente mostra un iPhone legato a un manico di legno a formare un utensile rudimentale simile a un’accetta o a un martello primitivo, sormontato dalla scritta “Idiocracy” e poggiato sul Pensatore di Rodin.L’ultima immagine ritrae un iPhone d’oro lavorato con bassorilievi di icone social, adorato in modo totemico da figure in tunica sotto la scritta “In Tech We Trust”.
L’opera denuncia la condizione del brainrot, inteso come decomposizione della concentrazione a favore di un flusso ininterrotto di stimoli anestetizzanti.

Nature Training Center: la digitalizzazione del corpo e dello spazio
Spostando il fuoco sul linguaggio video, Dedin analizza i mutamenti dello spazio geografico in Nature Training Center. Il lavoro documenta come i lockdown pandemici abbiano accelerato una parabola antropologica discendente: il passaggio dal pellegrino medievale al runner contemporaneo. La natura viene privata della sua dimensione di luogo sacro per i sensi, ridotta a una standardizzata area fitness. L’individuo post-digitale diventa un soggetto “sport-addicted”, ossessionato dal corpo atletico e da una guerra quotidiana contro l’invecchiamento. Su una timeline frenetica di dati biometrici che scorrono a ritmo di musica, emerge l’unico mantra della cultura del fitness: “I train therefore I am”. Tra i principali riscontri espositivi ci sono la Neon Night Pavilion per la “European Digital Art Fair” nel 2022, il XVI Videoart Yearbook presso l’Auditorium del DAMSLab di Bologna nel 2023 e il Festival Cairotronica presso gli spazi de The Warehouse a Il Cairo nel 2025.

The Mask e Digital Tribalism: identità alterate e feticismo dei brand. Il tema dell’alterazione dell’identità costituisce il nucleo di The Mask riprendendo l’iconica maschera verde del celebre film del 1994, Dedin utilizza la tecnica del green screen per perforarla, trasformandola in una seconda pelle sociale saturata da interfacce, selfie e feed di Instagram. L’opera coniuga il mito del dio nordico Loki con le mistificazioni quotidiane dei filtri estetici[3].
L’incarnazione del legame sociale mediato dal consumo prende forma in Digital Tribalism, installazione multimediale composta da 1.135 stampe digitali e un video di 1h. Con un rigoroso taglio sociologico, l’artista esplora il neotribalismo sul web. In risposta alla crisi delle istituzioni tradizionali, i loghi dei grandi brand tecnologici assumono una funzione totemica: gli individui cercano un riscatto relazionale tatuandosi i simboli di colossi quali Apple, Google, Facebook, Twitter, Linux, Xbox o Atari. Questo tentativo si risolve in un paradosso, riducendo le relazioni a una mediazione commerciale e lasciando gli individui nella condizione di “eremiti di massa”[4].

Attraverso questo corpus di opere, la ricerca di Enrico Dedin si conferma un osservatorio critico essenziale per decifrare il presente, offrendo uno spazio di azione in cui l’immaginario artistico e l’innovazione tecnologica si incontrano in un costante e necessario scambio di visioni.

1)

Media Artist, Art Director e Artivator

2)

Raccolto da Heure Exquise!, distributore audiovisivo del Museo del Louvre

3)

Esposta nel 2021 all'11th Under the Subway Video Art Night a New York

4)

Esposta alla 102ma Collettiva Giovani Artisti a Venezia nel 2019 e nella mostra virtuale Infodemic nel 2021