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Il “Data Tunnel” di Anadol a Gorizia. Quando arte digitale e natura si incontrano

Nicoletta Biglietti 19/01/2026

La natura, dice Refik Anadol, è una forma complessa di AI. Un sistema antico, capace di apprendere, adattarsi e trasformarsi senza essere, però, progettato dall’uomo. Ed è questa visione che prende forma in Data Tunnel, inaugurato a dicembre 2025 alla DAG – Digital Art Gallery di Gorizia.

Un flusso continuo di dati e immagini che trasforma la galleria in un organismo digitale vivo, rendendo la tecnologia uno strumento per vivere la natura come esperienza condivisa, in un tempo segnato da divisioni e distanze.

L’opera nasce a Gorizia, in uno spazio che porta ancora oggi i segni di un’importante frattura storica: al termine della Seconda guerra mondiale, infatti, Gorizia rimase in territorio italiano, ma ampie porzioni del suo hinterland vennero annesse alla Jugoslavia, portando la città a perdere il suo ruolo naturale di centro amministrativo e territoriale. Per rispondere a questo vuoto, negli anni successivi venne fondata Nova Gorica, città jugoslava costruita al di là della linea di separazione.

Per decenni questa linea di confine restò una presenza fisica e simbolica, dato che la divisione all’epoca era resa concreta attraverso recinzioni, barriere e controlli doganali. Una delle sue manifestazioni più evidenti attraversava piazza della Transalpina, tagliata in due dalla barriera. Nel 2004, con l’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, quella porzione di muro venne smantellata, ma la linea non scomparve. Restò – com’è del resto ancora oggi – a simbolo di una memoria urbana condivisa e di una separazione che ha modellato due città nate da una “stessa” storia.

Nel 2025, Gorizia e Nova Gorica sono state insieme Capitale europea della Cultura. Ed è proprio in questa storia di separazioni e ricomposizioni che nasce la DAG: un percorso sotterraneo di 300 metri, di cui 100 interamente rivestiti da LED di ultima generazione, per un totale di mille metri quadrati di superficie digitale.

Tra questi c’è la Galleria Bombi, nel cuore della città. Durante la Prima guerra mondiale era un rifugio antiaereo, mentre oggi smette di proteggere dai bombardamenti e diventa una soglia tra il passato e il futuro. Non più uno spazio di difesa, ma di attraversamento, «unico e irripetibile».

Data Tunnel è infatti un’installazione site-specific, studiata meticolosamente per questo luogo e pensata per essere fruibile per almeno un anno. La sua natura immersiva la rende unica e difficilmente replicabile altrove. Qui il riferimento a Walter Benjamin diventa inevitabile e attuale. Se Benjamin scriveva che la riproducibilità tecnica sottrae all’opera la sua aura – cioè la sua unicità legata al qui e oraData Tunnel fa l’opposto. Usa la tecnologia più avanzata non per moltiplicare l’opera, ma per renderla irripetibile. Non esiste fuori da questo luogo e da questa architettura. L’aura non scompare, si sposta: non è più nell’oggetto, ma nell’esperienza fisica dell’attraversamento.

Per un anno, infatti, l’ex rifugio antiaereo diventa una soglia tra memoria e futuro. Camminare nel tunnel significa entrare in un ambiente che coinvolge luce, suono, immagini generate dalla natura. Alla base dell’opera c’è il Large Nature Model, un modello di intelligenza artificiale sviluppato dallo studio di Anadol e addestrato su milioni di immagini ambientali e dataset provenienti da musei e archivi scientifici internazionali, tra cui la Smithsonian Institution e il Natural History Museum di Londra. In questo contesto il dato non è un’informazione astratta: diventa materia visiva, pigmento e memoria.

Quando Anadol afferma che «la natura è una forma di intelligenza artificiale che non conosciamo ancora», il suo pensiero si avvicina a Spinoza. Per il filosofo olandese, infatti, la natura non è un oggetto esterno all’uomo, ma un sistema intelligente e immanente, capace di auto-organizzarsi. Non c’è separazione tra mente e mondo, né tra pensiero e materia. In Data Tunnel l’AI non imita la natura e non la sostituisce: ne intercetta i comportamenti, ne traduce le dinamiche, rendendo visibile una continuità invece che una frattura.

Questa idea di natura come processo, più che come forma, dialoga anche con il pensiero di Gilles Deleuze. Qui la natura non è paesaggio né sfondo: è flusso, mutazione continua, divenire. Non esiste un punto di vista privilegiato, né un’immagine definitiva. Entrare nel tunnel non significa guardare uno schermo, bensì abitare uno spazio che cambia costantemente. È per questo che Anadol parla di data sculpture: i dati non sono immagini, ma materia digitale che crea scultura e struttura nello spazio immersivo.

In questo senso, il dato funziona come pigmento digitale: un materiale da raccogliere, selezionare e curare, capace di definire forme, volumi e flussi luminosi. Anadol e il suo team hanno viaggiato in sedici foreste pluviali, su ghiacciai e in diverse parti del mondo per costruire dataset capaci di restituire la complessità della natura.

I dati raccolti vengono poi elaborati, trasformati in algoritmi e utilizzati per addestrare l’intelligenza artificiale che anima Data Tunnel. È un processo lungo e impegnativo, particolarmente complesso a Gorizia, dove l’algoritmo deve comprendere e reagire all’intera architettura del tunnel. Secondo Anadol, è in questa catena di produzione che prende forma l’arte.

In questa esperienza c’è anche una forte affinità con il lavoro di Henri Michaux – poeta e artista più che filosofo in senso stretto – che ha dedicato la sua ricerca a ciò che precede la forma e il linguaggio: stati di coscienza, forze interiori, movimenti invisibili. Nei suoi testi e nei suoi disegni la natura non è mai rappresentata: è tensione, ritmo, energia in atto. Allo stesso modo, in Data Tunnel la natura non appare come immagine riconoscibile, ma come comportamento visivo e sonoro. Non si guarda: si attraversa. Non si interpreta: si vive.

È da questa esperienza diretta e non mediata che si apre, per Anadol, una riflessione più ampia sul tempo presente.

Per Anadol viviamo in un Nuovo Rinascimento: un momento di trasformazione profonda, in cui per la prima volta l’intelligenza artificiale entra stabilmente nella vita quotidiana. Come allora, anche oggi la tecnologia apre possibilità e pone domande. Il suo invito è a non perdere il contatto con la storia, mentre si immagina il futuro. Perché maneggiare l’AI è una grande possibilità, ma richiede profonda consapevolezza. Non esistono scorciatoie né automatismi magici, se non la collaborazione tra uomo e macchina, fatta di lavoro, sensibilità e responsabilabilità.

In un mondo segnato da conflitti e divisioni, progetti come Data Tunnel provano a riaprire uno spazio di esperienza condivisa: un luogo in cui tecnologia e natura non si oppongono, ma si riconoscono come parti dello stesso flusso.