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l tuo Io digitale dopo la morte? Ci pensa Meta

Di Nicoletta Biglietti 23/02/2026

Prospettive sulla vita dopo la morte? Ce ne sono tante, ma quasi mai prendono in considerazione la nostra vita online. E invece, a dicembre, Meta ha ottenuto un brevetto che potrebbe cambiare le cose, immaginando una tecnologia in grado di mantenere attivi gli account social anche dopo la scomparsa dell’utente.

Il documento illustra l’uso di un ampio modello linguistico addestrato sui dati dell’utente – commenti, like, messaggi, contenuti pubblicati  – per simularne il comportamento online. Secondo il brevetto, il modello potrebbe intervenire quando l’utente è “assente”, sia per una pausa prolungata sia perché deceduto. Proprio come un “duplicato digitale” in grado di mettere “mi piace”, rispondere ai commenti, inviare messaggi privati e, nelle ipotesi più avanzate, simulare interazioni vocali o video.

Tra gli autori figura Andrew Bosworth, chief technology officer dell’azienda. Ma un portavoce ha precisato che la società «non ha intenzione di procedere» con questa specifica applicazione, ricordando che il deposito di un brevetto non implica necessariamente lo sviluppo o il rilascio della tecnologia.

Nel documento, Meta evidenzia l’impatto che l’assenza di un utente può avere sull’esperienza dei follower, soprattutto quando si tratta di una scomparsa definitiva. Per creator e influencer che basano il proprio reddito sulle piattaforme social, uno strumento del genere potrebbe anche rappresentare una soluzione temporanea durante periodi di inattività.

Il tema si inserisce nel più ampio filone della cosiddetta “grief tech”, tecnologie pensate per gestire l’eredità digitale e il rapporto con il lutto. Una riflessione sviluppata anche nel libro Still Online della giornalista Beatrice Petrella. L’autrice parte da un episodio personale – il profilo del padre tornato “online” mesi dopo la sua morte – per analizzare come la permanenza delle tracce digitali stia modificando l’elaborazione del lutto. Non solo account trasformati in memoriali, ma notifiche automatiche, ricordi riproposti dagli algoritmi, presenze che continuano a riaffiorare nel quotidiano.

Petrella parla di una “immortalità passiva”: Contenuti che restano, dati che sopravvivono, identità digitali che non si spengono insieme alla vita biologica. Il brevetto di Meta ipotizza un passaggio ulteriore – dalla permanenza alla simulazione attiva – aprendo interrogativi giuridici ed etici ancora in gran parte irrisolti.

In passato l’azienda aveva già introdotto strumenti per designare un “contatto erede” in caso di morte. Nel 2023, in un’intervista con il podcaster Lex Fridman, Mark Zuckerberg aveva accennato alla possibilità di usare avatar virtuali per conservare ricordi di persone scomparse.

Non mancano però le perplessità. Edina Harbinja, docente di diritto e studiosa di diritti digitali post-mortem, sottolinea le implicazioni legali, etiche e sociali di una simile tecnologia. Più netto Joseph Davis, sociologo dell’Università della Virginia, secondo cui uno degli aspetti centrali del lutto è confrontarsi con la perdita reale. Replicare digitalmente una persona rischia infatti di generare ambiguità.

È vero, il brevetto non preannuncia un prodotto imminente. Indica però una direzione di ricerca che, tra interessi commerciali e interrogativi etici, sta entrando stabilmente nell’agenda delle grandi aziende tecnologiche