«Gli artisti anticipano gesti scientifici, i gesti scientifici provocano sempre gesti artistici».
Quando Lucio Fontana pronunciò queste parole in un’intervista raccolta da Lea Vergine nel volume L’arte in trincea, la fisica quantistica era ancora lontana dall’essere un riferimento diffuso nel mondo dell’arte. Eppure, a distanza di decenni, la sua intuizione sembra descrivere perfettamente ciò che sta accadendo oggi a molti artisti contemporanei, sempre più spesso ispirati dal mondo della meccanica e fisica quantistica e dalle affascinanti scoperte scientifiche sul “funzionamento invisibile” del mondo e dell’universo.
Negli ultimi anni vari artisti hanno iniziato a confrontarsi con concetti provenienti da queste discipline, tanto complesse quanto affascinanti. Mostre, installazioni immersive, programmi di ricerca e collaborazioni con laboratori scientifici hanno trasformato una scienza nata per descrivere il comportamento di atomi e particelle subatomiche in uno dei nuovi immaginari dell’arte contemporanea. Questa fascinazione, però, non finisce con un semplice tentativo di illustrare e rappresentare i principi scientifici in modo artistico. La fisica quantistica interessa gli artisti perché funge da grande analogia in grado di mettere in discussione la modernità e lo stato della realtà contemporanea. Si apre la possibilità di dimostrare che non esiste solo la realtà che osserviamo e di smontare l’idea che tutto possa essere misurato e determinato con certezza. Una messa in crisi delle verità prestabilite e delle regole del funzionamento del mondo come le abbiamo sempre concepite.
La fisica quantistica, così, introduce un elemento destabilizzante in un’epoca ormai dominata da algoritmi predittivi e sistemi di intelligenza artificiale che promettono di anticipare comportamenti, desideri e decisioni. Ciò che affascina gli artisti è, invece, proprio il poter ritornare ad uno stato di incertezza, quell’incertezza positiva che stimola la riflessione, l’immaginazione e al pensiero attivo.
Tommaso Calarco: le connessioni tra lo studio degli atomi e l’arte contemporanea
Tra coloro che si sono dedicati a costruire un dialogo tra arte e scienza quantistica vi è il fisico teorico Tommaso Calarco, coinvolto negli anni in diversi progetti artistici legati alla ricerca quantistica. Uno dei più emblematici nasce dalla collaborazione con gli artisti Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand attorno a una “trappola per atomi”. All’interno di una piccola camera di vetro un singolo atomo viene illuminato da un laser e diventa visibile allo spettatore. L’atomo si accende e si spegne in modo apparentemente casuale, in quanto tale fenomeno è intrinsecamente probabilistico. Per spiegare l’esperienza, Calarco ha evocato una delle performance più celebri della storia dell’arte contemporanea: The Artist Is Present di Marina Abramović (svolta nel 2012 al MoMA, New York). Infatti, come i visitatori del MoMA attendevano il proprio turno per sedersi davanti all’artista, così oggi ci si può ritrovare ad attendere il momento in cui un singolo atomo manifesta la propria presenza.
L’analogia è chiara: in entrambi i casi il centro dell’esperienza non è una performance spettacolare, ma l’attesa di un incontro unico. Un incontro che obbliga lo spettatore a rallentare, osservare e confrontarsi con qualcosa che sfugge alle normali categorie della quotidianità.
Dalla presenza del corpo all’energia invisibile
Proprio partendo da The Artist Is Present emerge un collegamento interessante con la ricerca più recente di Marina Abramović. Se per anni la performance e il proprio corpo sono stati il fulcro della sua ricerca, oggi molte sue opere sembrano spostare l’attenzione verso fenomeni invisibili e non direttamente verificabili. Nella mostra Transforming Energy, attualmente in corso alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il pubblico è invitato a interagire con sedute e strutture contenenti quarzi, ametiste e altri minerali che, secondo l’artista, sarebbero in grado di trasmettere particolari energie al corpo umano. Lo spettatore è chiamato a sperimentare personalmente una condizione che non può essere misurata o dimostrata in modo immediato. Che si condividano o meno tali convinzioni e tale cambiamento nella ricerca di Marina Abramović, ciò che è interessante evidenziare è il meccanismo che mette in scena: la richiesta di fidarsi di qualcosa che non si può vedere, misurare e verificare. L’opera esiste nello spazio ambiguo tra esperienza soggettiva e realtà oggettiva.
Ecco, in questo senso, le ultime ricerche di Abramović intercettano una questione che attraversa anche la fisica quantistica: il rapporto tra ciò che possiamo conoscere a livello teorico e, in alcuni casi, dedurre attraverso l’osservazione e percezioni e di alcuni suoi effetti.
Pierre Huyghe e la fede nei processi nascosti
La fiducia e l’apertura all’incertezza dell’invisibile e dell’impercettibile attraversa il lavoro di un altro importante artista contemporaneo: Pierre Huyghe.
Nella sua recente mostra Liminals, sviluppata con il supporto di LAS Art Foundation, l’artista ha utilizzato simulazioni provenienti da sistemi di calcolo quantistico per costruire ambienti immersivi che non illustrano la teoria quantistica, ma ne traducono l’indeterminatezza in esperienza sensibile. Dinamiche simili erano presenti anche in una sua precedente mostra a Punta della Dogana, a Venezia. Per una delle opere presenti Huyghe dichiarava che le trasformazioni delle immagini di una proiezione video presente nell’esposizione erano influenzate dall’attività di una cellula tumorale mantenuta in una teca all’interno dello spazio espositivo. Quella cellula, tuttavia, era ovviamente invisibile. Lo spettatore, quindi, non poteva verificarne direttamente la presenza, poteva soltanto accettare il racconto dell’artista e osservare le conseguenze prodotte dal sistema.
Non molto diversamente da quanto accade nella fisica contemporanea, dove molte entità fondamentali non vengono osservate direttamente ma ricostruite attraverso tracce, relazioni e misurazioni indirette, anche l’opera di Huyghe chiede di confrontarsi con una realtà che sfugge allo sguardo.
Hito Steyerl e le realtà multiple
Alcuni artisti hanno indagato la logica quantistica anche per sfruttarla come struttura narrativa delle loro opere. È il caso di Hito Steyerl, che nella mostra The Island (Milano, Osservatorio Fondazione Prada) costruisce una complessa rete di storie in cui dati scientifici, fantascienza, crisi climatica, intelligenza artificiale e memoria storica convivono simultaneamente. L’opera riorganizza tempo e spazio prendendo esplicitamente in prestito la logica della fisica quantistica e della fantascienza, permettendo a diverse possibilità narrative di coesistere senza risolversi in un’unica interpretazione. La realtà non appare più come una struttura stabile e lineare, ma come una molteplicità di percorsi possibili.
È una prospettiva che alcuni studiosi hanno ricondotto persino al Surrealismo. I cadavres exquis, la scrittura automatica e i collage di Max Ernst cercavano già nel Novecento di produrre mondi alternativi attraverso accostamenti inattesi e associazioni non razionali. Da questo punto di vista, la fisica quantistica non rappresenta una rottura totale con la storia dell’arte, ma piuttosto un nuovo strumento attraverso cui continuare a interrogare l’incertezza e andare oltre i limiti della percezione quotidiana del mondo.
Un umanesimo dell’incertezza?
Il crescente interesse per la fisica e meccanica quantistica per gli artisti, quindi, non riguarda soltanto il tentativo di dialogare con la scienza ed elevarsi ad essa. Ma, forse, riguarda il bisogno di immaginare alternative a un presente sempre più descritto attraverso modelli predittivi, automazione e calcolo AI. Nella fisica quantistica si possono trovare forme di resistenza all’idea che tutto possa essere tradotto in dati, previsto da un algoritmo o ottimizzato dall’intelligenza artificiale.
Le opere di Huyghe, Steyerl e molti altri artisti contemporanei sembrano ricordarci che esiste ancora uno spazio per ciò che non può essere completamente misurato, per l’esperienza diretta, la riflessione e il dubbio. È forse qui che la fisica quantistica incontra l’umanesimo tecnologico, in quanto invito a costruire tecnologie e culture capaci di convivere con la complessità del reale, anziché ridurla a tutti i costi e automatizzare le risposte a qualsiasi dubbio. Gli artisti, cosi come molti studiosi e scienziati, sentono il bisogno di dimostrare che il mondo è molto più ricco, instabile e sorprendente di qualsiasi algoritmo e modello di Intelligenza Artificiale che tenti di descriverlo definitivamente.