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La maschera nell’era dell’AI

Quando il volto smette di essere “solo” identità e diventa dato

Di Nicoletta Biglietti 30/06/2026

Nascondere. Proteggere. Trasformare. Per secoli la maschera ha assolto a queste funzioni. Da Luigi Pirandello a Zach Blas, mascherarsi ha significato occultare il sé, o una sua parte, per sottrarla allo sguardo di un individuo o di un’intera collettività. Oggi, però, qualcosa è cambiato. Nella società della sorveglianza descritta da Michel Foucault, e resa ancora più pervasiva dalle tecnologie biometriche e algoritmiche, la maschera non serve più soltanto a sfuggire agli occhi degli altri. Serve anche a confondere quelli delle macchine. Non nasconde il volto: ne altera la leggibilità algoritmica. Ed è proprio da questa trasformazione che nasce una domanda: che cosa significa oggi mascherarsi, quando a osservarci non sono soltanto le persone, ma anche sistemi automatici capaci di identificarci, “classificareci” e prevedere i nostri comportamenti?

Negli ultimi anni questo tema è uscito dai laboratori di ricerca ed è entrato nella vita quotidiana. Dai sistemi di riconoscimento facciale installati negli aeroporti e negli spazi pubblici fino alle più recenti applicazioni dell’AI, il nostro viso è diventato una delle principali interfacce tra individuo e tecnologia. Non sorprende, quindi, che designer, artisti e ricercatori abbiano iniziato a ripensare la maschera non più come un “semplice” oggetto per celare l’identità, ma come uno strumento capace di dialogare – e talvolta entrare in conflitto – con gli algoritmi.

Già Pirandello aveva intuito che l’identità non è mai qualcosa di stabile, ma dipende dallo sguardo di chi ci osserva. In «Uno, nessuno e centomila», Vitangelo Moscarda scopre di essere una persona diversa in base allo sguardo che lo osserva, fino a mettere in discussione l’esistenza di un’identità unitaria. Oggi, però, a guardarci non sono più soltanto le persone. I sistemi di riconoscimento facciale non interpretano un volto come farebbe un osservatore umano: lo scompongono in coordinate geometriche – la distanza tra gli occhi, la forma del mento, la linea degli zigomi – trasformandolo in una firma biometrica confrontabile con milioni di altre immagini. Il volto smette così di essere ciò che ci rende riconoscibili e diventa un dato, una chiave di accesso, uno strumento di classificazione. 

In questa prospettiva si inserisce una ricerca sempre più ampia al confine tra arte, design, moda e attivismo, che prova a sabotare il funzionamento della visione artificiale.  È il cosiddetto Design Speculativo, che tende a provocare riflessioni critiche sulle implicazioni etiche delle tecnologie emergenti.

Tra gli esempi più noti c’è Incognito, il gioiello progettato dalla designer polacca Ewa Nowak. Realizzato in ottone, si appoggia sulla fronte e sugli zigomi senza coprire il viso, ma modificando proprio quelle aree che i software utilizzano per costruire una corrispondenza biometrica. L’oggetto conserva l’eleganza di un accessorio di design, ma incorpora una funzione inattesa: ostacolare il riconoscimento facciale – e il fatto che sia riuscito a confondere DeepFace, uno degli algoritmi sviluppati da Facebook, è indicativo. Il gioiello, tradizionalmente destinato a valorizzare il volto, diventa quindi uno strumento per sottrarlo all’identificazione, trasformando l’ornamento in un gesto di resistenza.

Nowak, però, non rappresenta un caso isolato. Nel 2019 il designer olandese Jip van Leeuwenstein realizza Surveillance Exclusion, una maschera trasparente composta da superfici ottiche che deformano la geometria del volto. Agli occhi di una persona le espressioni rimangono leggibili; per un algoritmo, invece, le relazioni spaziali tra i lineamenti risultano alterate. L’obiettivo non è l’occultamento, ma la produzione di un errore. 

Lo stesso principio guida CV Dazzle, il progetto sviluppato dall’artista e ricercatore Adam Harvey. Ispirandosi alle livree mimetiche utilizzate sulle navi durante la Prima guerra mondiale, il progetto impiega trucco, acconciature e geometrie asimmetriche per interrompere gli schemi che i software di computer vision si aspettano di riconoscere. Questa ricerca di anonimato radicale trova eco nella filosofia di case di moda come Maison Margiela, che ha fatto dell’invisibilità e della decostruzione dell’identità un marchio di fabbrica, suggerendo che l’anonimato non è una negazione, ma una forma di libertà estrema. .

Pur nelle differenze formali, questi progetti condividono una stessa consapevolezza: il volto è diventato un terreno di conflitto. La questione non riguarda soltanto la privacy, ma la progressiva traduzione del corpo in informazione misurabile. Il riconoscimento facciale non si limita infatti a identificare gli individui; contribuisce alla loro profilazione, alimenta sistemi decisionali automatizzati e apre interrogativi sulla gestione dei dati biometrici, sulle discriminazioni algoritmiche e sul controllo degli spazi pubblici. Studi come «Gender Shades» di Joy Buolamwini e Timnit Gebru, insieme ai report del NIST (Face Recognition Vendor Test), hanno evidenziato come molti sistemi di riconoscimento facciale presentino margini di errore più elevati nei confronti delle donne e delle persone razzializzate, mostrando come gli algoritmi possano incorporare e amplificare squilibri già presenti nella società.

Questo processo di deumanizzazione, in cui il volto viene ridotto a un insieme di dati, può essere letto anche attraverso alcune esperienze dell’arte moderna e contemporanea. Nel Cubismo la frammentazione della figura non è distruzione dell’identità, ma tentativo di rappresentarla simultaneamente da più punti di vista: il volto non è più unità stabile, ma struttura scomposta, multipla, ricostruita nello spazio. In Francis Bacon, invece, la deformazione diventa tensione emotiva pura: il volto si contorce, si dissolve, perde la sua funzione di riconoscibilità per rivelare una verità più instabile e viscerale dell’identità. In entrambi i casi, ciò che viene messo in crisi è l’idea di un’immagine umana fissa e univoca – la stessa certezza che oggi viene rielaborata e ridotta dai sistemi di riconoscimento algoritmico.

La capacità di questi dispositivi di eludere la sorveglianza, tuttavia, rimane relativa. Gli algoritmi evolvono rapidamente e molti sistemi più recenti riescono a riconoscere i volti anche in presenza di mascherine, occhiali riflettenti o altri elementi di disturbo. La corsa tra tecnologie di identificazione e strategie di elusione sembra destinata a non avere un vincitore definitivo. A ciò si aggiunge il confine legale, in Italia, dove l’Articolo 85 del TULPS e la Legge 152/1975 (Legge Reale) vietano di comparire mascherati o a volto coperto in luogo pubblico senza giustificato motivo.

È proprio qui che questi progetti acquistano il loro significato più interessante. Più che offrire soluzioni tecniche, mettono in discussione il presupposto stesso della sorveglianza biometrica. Trasformano il design in una forma di critica, l’ornamento in un gesto politico, la moda in uno strumento di resistenza culturale. Come diceva Alexander McQueen, «la moda dovrebbe essere una forma di evasione, non una forma di prigionia».

In questo senso, il loro valore non coincide con la capacità di ingannare un algoritmo. Sta piuttosto nel rendere visibile una trasformazione più profonda: quella di una società in cui il volto rischia di essere percepito prima come dato che come identità. E ricordare che rivendicare il diritto a non essere continuamente riconosciuti non significa solo reclamare invisibilità, ma – forse – difendere uno spazio fondamentale di libertà.