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Le prigioni invisibili del potere digitale

Dal libro di Paolo Benanti alla società degli algoritmi: come il potere computazionale ridisegna libertà, attenzione e comportamento

Di Nicoletta Biglietti 19/05/2026

Le “prigioni” del XXI secolo non hanno muri, sbarre o torri di sorveglianza. Sono invisibili, integrate nella quotidianità, incorporate dentro dispositivi che portiamo costantemente in tasca. È l’intuizione che Gilles Deleuze aveva formulato già alla fine del Novecento parlando di «società del controllo»: un sistema in cui il “potere” non ha più bisogno di rinchiudere fisicamente gli individui, perché il monitoraggio diventa continuo, diffuso e interiorizzato. Oggi quella riflessione appare più attuale che mai. Algoritmi, piattaforme digitali e sistemi predittivi organizzano una parte crescente della nostra esperienza quotidiana, orientando attenzione, consumi e relazioni sociali. È dentro questo scenario che si inserisce «La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana» di Paolo Benanti, un saggio che prova a leggere l’intelligenza artificiale non soltanto come innovazione tecnologica, ma come nuova forma di potere.

Il punto centrale del libro è proprio questo: il dominio contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso strutture politiche o istituzioni riconoscibili, ma tramite infrastrutture computazionali capaci di raccogliere dati, prevedere comportamenti e orientare decisioni. Benanti definisce questo sistema «potere computazionale», una forma di controllo che agisce soprattutto attraverso persuasione, predizione e gestione dell’attenzione.

È una trasformazione silenziosa, e forse proprio per questo particolarmente efficace. Le piattaforme digitali, infatti, non impongono comportamenti in modo esplicito; costruiscono ambienti che rendono alcune scelte più immediate, più visibili, più desiderabili di altre. La sensazione è quella di agire liberamente, quando in realtà ci si muove dentro architetture progettate per indirizzare attenzione e comportamento.

Basta osservare il funzionamento dei social network. Quando Instagram introduce la possibilità di limitare i contenuti politici nel feed, il meccanismo viene presentato come uno strumento di libertà individuale. In realtà è la piattaforma stessa a definire il perimetro dell’esperienza informativa, decidendo cosa può essere amplificato, ridotto o nascosto. Il controllo non passa più dalla censura diretta, ma dalla “gestione invisibile della visibilità”.

È qui che il discorso di Benanti si avvicina molto più a Aldous Huxley che a George Orwell. Per anni l’immaginario distopico dominante è stato quello di «1984» – un potere costruito sulla repressione, sulla paura e sulla sorveglianza esplicita. Ma la società digitale contemporanea assomiglia sempre di più al mondo raccontato in «Il mondo nuovo», dove il controllo si esercita attraverso il piacere, l’intrattenimento e la gratificazione continua.

E i social media funzionano esattamente secondo questa logica. Non obbligano gli utenti a restare online, li seducono. Like, notifiche, contenuti personalizzati e scrolling infinito producono una dipendenza costruita sull’appagamento immediato. È il principio del «capitalismo della sorveglianza»: più tempo trascorriamo dentro le piattaforme, più dati lasciamo, e più i sistemi diventano capaci di prevedere e influenzare i nostri comportamenti futuri.

Tecnologie come l’eye-tracking, che analizzano il movimento oculare per comprendere cosa cattura l’attenzione, il desiderio o l’impulso emotivo, dimostrano chiaramente la sofisticazione raggiunta da questo modello. Nel contesto dell’economia dell’attenzione, i dati raccolti non servono solo a descrivere le persone, ma soprattutto a costruire modelli predittivi sempre più precisi. Il vero valore economico, infatti, non è l’informazione in sé, ma la capacità di anticipare comportamenti futuri.

Dentro questa trasformazione riemergono anche molte intuizioni filosofiche del Novecento. Michel Foucault parlava di «biopotere» per descrivere una forma di dominio capace di amministrare direttamente la vita degli individui: salute, abitudini, corpi, produttività. Oggi quel controllo passa attraverso dispositivi digitali che monitorano sonno, attività fisica, battito cardiaco, consumi e relazioni sociali. Il potere non si limita più a disciplinare dall’esterno, ma entra – fisicamente – nella gestione quotidiana della vita.

Anche la Scuola di Francoforte aveva intuito il rischio di media capaci di trasformare l’intrattenimento in uno strumento di «passivizzazione collettiva». Theodor Adorno e Max Horkheimer parlavano di «industria culturale» riferendosi a radio, cinema e televisione. I social media hanno radicalizzato quel processo: non diffondono contenuti uguali per tutti, ma costruiscono flussi personalizzati che rafforzano convinzioni già esistenti e alimentano polarizzazione politica e frammentazione sociale.

È anche per questo che il libro di Benanti evita letture semplicistiche o apocalittiche della tecnologia. Il problema non è l’intelligenza artificiale in sé, ma l’assenza di una governance capace di integrare innovazione tecnologica, etica e democrazia. Gli algoritmi non sono strumenti neutrali: incorporano priorità economiche, visioni culturali e modelli di società.

La vera questione, allora, non riguarda soltanto l’automazione del lavoro o la sostituzione dell’uomo da parte delle macchine. Il nodo centrale è capire chi controllerà le infrastrutture computazionali del futuro. Perché chi controlla dati, piattaforme e sistemi predittivi finisce inevitabilmente per influenzare anche il modo in cui la realtà viene percepita, interpretata e raccontata.

Ed è forse proprio questa la riflessione più attuale che emerge dal libro: il potere contemporaneo non ha più bisogno di mostrarsi apertamente per essere efficace. Funziona meglio quando diventa invisibile, quotidiano e perfettamente integrato nelle abitudini delle persone.