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Una esperienza

Arte e tecnologia sono espressioni della persona, alternanze e contaminazioni, a volte inconsapevoli, di un comune andare

Di Maria Piera Branca (Project Manager, esperta di Informatica e Telecomunicazioni) 14/06/2021

«Riflessioni sul mio personale umanesimo tecnologico».

A fine 1973 ho iniziato a lavorare. Avevo appena terminato il liceo, volevo essere indipendente economicamente e, come usava in quegli anni, provare a essere studente-lavoratore. 

Ho avuto quella che poi avrei giudicata essere per me una grande fortuna, cioè la possibilità di lavorare per una grande società di telecomunicazioni avviata al nuovo mondo dell’informatica. Nonostante la mia formazione artistica non ho avuto difficoltà a imparare e a misurarmi con la tecnologia, in ciò penso abbia avuto un ruolo fondamentale la mia curiosità, la voglia di capire il mondo della tecnica e le sue applicazioni. 

La vita lavorativa era molto diversa dalle giornate a scuola che erano state la palestra prima di entrare nella partita del lavoro. Mi sono trovata a imparare l’ulteriore significato dei valori “0” e “1” nel sistema binario e ad affrontare linguaggi di programmazione e sistemi operativi invece di studiare architettura e arte come avevo immaginato al liceo. 

Ma nessun percorso è stato accantonato, l’immaginazione intrecciava una componente con l’altra, segni e (di)segni si alternavano tra la pratica del lavoro e le forme che vedevo e che mi offrivano ispirazione. Persino i circuiti stampati pareva avessero una loro armonia, quelle linee mi sembravano mappe di luoghi immaginari con uscite improvvise. Delle schede perforate mi piacevano i colori, ognuna di esse conteneva un’istruzione, il virtuale era dunque anche concreto. 

La visita al centro di calcolo del reparto di Ricerca Tecnico Operativa è stata stimolante. Il collega che mi accompagnava, lui stesso giovane, mi mostrava le file di armadi dove erano inserite, tra loro collegate con cavi di vari colori, le schede con i processori. Si sentiva il ronzio delle macchine IBM e sotto alla pavimentazione si intravedevano, grazie a qualche pannello sollevato per manutenzione, i collegamenti tra i diversi armadi. Operatori con il camice bianco caricavano pacchi di schede perforate negli appositi lettori e controllavano il funzionamento delle macchine. Grandi vetrate consentivano ai programmatori di vedere dall’esterno il caricamento del proprio pacco di schede e la relativa elaborazione che si concludeva con la produzione di un tabulato contenente gli esiti del programma. Una stampa con poche pagine era sintomo di errore. Rientrare in ufficio con un tabulato in abend (abnormal end) che si riconosceva dai pochi fogli, significava che ai colleghi e al capo bastava uno sguardo per sapere che avevi sbagliato. Era necessaria molta attenzione affinché le istruzioni del linguaggio di programmazione fossero senza errori formali oltre che corrette nella logica così da ridurre al minimo le elaborazioni errate. Per controllare la logica del programma si simulava manualmente il processo elaborativo dell’algoritmo. Si calcolavano i valori delle variabili e le loro trasformazioni nello svolgimento del processo logico matematico attraversando tutte le vie previste dall’algoritmo che era bene fosse il più lineare possibile. 

Dopo qualche tempo, siamo passati a elaboratori e strumenti più evoluti dove non era più previsto l’uso delle schede perforate. Questo ebbe come conseguenza che le fasi di scrittura e prova delle istruzioni erano consumate privatamente al videoterminale. Con i nuovi strumenti si scriveva il codice quasi con meno  attenzione, il debugger segnalava gli  errori formali e anche la logica era verificabile a video. Niente più tabulati smilzi in abend da portare alla scrivania sotto gli occhi di tutti. Inizialmente la progettazione informatica aveva un approccio  esclusivamente procedurale  di tipo top down, l’analisi del problema, la scomposizione in parti e l’implementazione secondo i criteri della programmazione strutturata. In seguito si è aggiunto l’approccio bottom up e la programmazione a oggetti, il codice era generalizzato e riusabile, imparando dall’esperienza. 

L’Intelligenza Artificiale (IA) non era iniziata da molto e in questo contesto si è svolta la parte iniziale della mia esperienza lavorativa. Lo stupore per il nuovo era sempre vivo. Nella seconda metà degli anni settanta i tempi erano politicamente complicati, la tecnologia era in veloce evoluzione e c’erano forti tensioni sociali. La tecnologia era su ogni fronte e lasciava intravedere un’accelerazione continua che è andata sempre più veloce ponendo temi di riflessione anche per l’impatto che aveva sul mondo del lavoro. I progetti a cui si lavorava erano finalizzati ad automatizzare ciò che era svolto manualmente da progettisti esperti, per fare ciò si doveva conoscere e codificare la loro esperienza in algoritmi. Agli stessi progettisti venivano poi rilasciati strumenti per l’esecuzione automatica del lavoro che avrebbe richiesto un data entry iniziale e il controllo delle fasi. L’automazione era giustificata dal crescere della domanda di produzione e dalla necessità di non aumentare il numero degli addetti di quel tipo, di fatto una riduzione di quelle competenze compensata dall’inserimento di informatici. Il mix delle persone impiegate cambiava. Spinti dalla necessità di riqualificare le persone le cui competenze non erano più necessarie, furono avviate verifiche attitudinali di molti dipendenti per procedere alla loro ricollocazione mediante l’addestramento alla programmazione e all’uso delle nuove tecnologie. Non sempre i progetti avevano la fortuna sperata. 

La tecnologia, iniziata con l’automazione dei processi ha portato i microprocessori, il web e la rete di internet, la posta elettronica, i controlli a distanza (muovere le informazioni non le persone), gli ipertesti con i CD-ROM, i sistemi esperti e l’IA. 

La tecnologia offriva strade alternative con una grande possibilità di scelta e, come nella vita, occorreva progettare, pianificare per poi provare il cammino oppure incamminarsi e trovare la meta lungo il percorso scartando le vie  meno adatte per il fine di chi le percorre. Includendo la possibilità di fermarsi per ri-progettare sulla base dell’esperienza acquisita, con l’attenzione a chi offriva le stesse cose e andava più veloce. 

Al termine dell’attività lavorativa, dopo decenni di gestione di progetti informatici, ho valutato quali documenti di progetto conservare, testimonianze che avevano già superato varie selezioni fatte in precedenza. Tra i documenti meno recenti c’erano anche schede perforate e fogli stampati a plotter che, tra gli anni 73-80 del Novecento, erano comuni sulle nostre scrivanie e oggi sono una memoria di quel tempo. Ho deciso di tenerli, sentendoli parte della mia vita con il loro vivissimo rimando sia a un mondo tecnologico che in parte oggi appare superato sia al mio personale vissuto con i dubbi e le emozioni di un vivere giovane e in divenire. Molto, di ciò che avrei voluto avere, è andato perduto fisicamente ma non nella memoria. Più recentemente, stimolata dall’attualità dell’IA, ho ripreso i documenti degli esordi, le schede, i fogli, i libri sullIA, le dispense di corsi e seminari, gli appunti con i mille rimandi a persone, luoghi e cose. Ho assemblato alcune parti e da queste riflessioni e attività è nato l’oggetto-libro AI Starting da disporre in forma bi e/o tridimensionale, l’ultima pagina è in  esadecimale e si raccorda con la prima. Ho pensato a questo lavoro come a un altro tassello del mio personale Umanesimo Tecnologico e che forse l’inizio conteneva già il poi. 

Alcuni testi di introduzione alla IA riportano riflessioni e argomentazioni che, nonostante il tempo trascorso, risultano ancora attuali. (Di seguito alcuni dei frammenti ndr). 

«Il calcolatore, o meglio le sue applicazioni tramite programmi realizzati dall’uomo, sta diventando sempre più “intelligente”. La misura e la qualità di tale intelligenza è argomento che genera diatribe e che mette in luce, anche tra gli addetti ai lavori, posizioni diversificate i cui epigoni sono rappresentati dai sostenitori dell’inconciliabilità tra i concetti di macchina e di intelligenza, e da coloro che accettano la possibilità che nel futuro i due modi di essere “intelligenti” possano coesistere. […] È indispensabile ribadire un fatto noto: il calcolatore è uno strumento capace di eseguire sequenze di ordini programmati dall’uomo. Esso quindi può manifestare comportamenti intelligenti o stupidi a seconda del programma che è chiamato a eseguire»[1].

«L’intelligenza artificiale è lo studio delle facoltà mentali attraverso l’uso di modelli computazionali. Si può assumere che, a un appropriato livello, l’attività del cervello sia paragonabile a un certo tipo di calcolo»[2].

«In ultima analisi, è necessario tracciare una linea di divisione tra intelligenza dell’uomo e intelligenza della macchina. […] Il problema è quello di stabilire se sia o meno possibile ridurre qualunque aspetto del pensiero umano a formalismo logico; o, per usare un’espressione più moderna, se il pensiero umano sia calcolabile»[3].

LIA riconosce oggetti e situazioni e applica soluzioni a partire dai dati di modelli forniti e specificati dall’uomo, i Big Data. La componente umanistica affiancata alla tecnologia, con una formazione parimenti umanistica e tecnologica, può aggiungere sostenibilità alle scelte definite negli algoritmi. Occorre puntare a un Umanesimo Tecnologico che tenga conto delle questioni etiche e morali che si pongono a fronte dell’attuale uso massivo degli strumenti di IA. Lo scenario sarebbe ancora più complesso immaginando una, per ora forse improbabile, capacità automatica tale di avere una creatività come quella dell’uomo o della natura. La continua sfida del pensiero umano.

Guardando indietro vedo percorsi a volte accidentati e molte cose che avrei potuto migliorare. Ho avuto interesse per l’arte senza perdere quello per la tecnologia e ho imparato che le opportunità non si ripetono e quando accade non si ripresentano mai nella stessa forma. Pertanto, per avere pochi rimpianti, occorre fare al meglio delle proprie possibilità ciò che il contesto ci offre, tenendo sempre alto il senso critico e trasmettendo la memoria, personale e collettiva. 

A conclusione di questa mia testimonianza riporto un’idea artistica che ho realizzato a seguito di alcune riflessioni sul lavoro.

Il trittico La cognizione del lavoro è composto da tre tavole (stampe fotografiche Fine-Art) realizzate con  strumenti digitali. In basso sono scritti, volutamente capovolti, tre brani tratti da Notte di luna di Carlo Emilio Gadda[4]. L’albero stilizzato affonda le radici nel testo e ha una forma realizzata in foglia d’oro che rappresenta un frutto, come atto risultante dell’ingegno e del lavoro, non perfetto ma prezioso. Le scelte di testi e colori rimandano alle seguenti associazioni:  il grigio al pensiero, il verde all’ambiente e l’arancione al lavoro. Il messaggio di fondo deriva da riflessioni sulla necessità di attingere alle nostre radici nel rincorrere un’idea, nel non dimenticare l’ambiente naturale e culturale che ci circonda e nel credere che dall’ingegno e dalla fatica del lavoro, ieri come oggi, possa scaturire un risultato che ci permetta di non smettere di stupirci e di continuare a sognare. 

Il lavoro e i luoghi di lavoro si modificano e le sfide sono ardue in tutti i tempi. I risultati, le riuscite, non sono scontate ma non per questo si deve rinunciare alla fatica, alla sfida appunto.

1)

L.Stringa, 31° Congresso internazionale elettronica, Rassegna Elettronica, Roma 1984, pp.4-5

2)

E.Charniak - D.McDermott, Introduzione alla intelligenza artificiale, Masson, Milano 1988, pp.6.

3)

J.Weizenbaum, Il potere del computer e la ragione umana, Abele, Torino 1987, pp.27,30.

4)

C. E. Gadda, L’Adalgisa, Garzanti, Milano 2011, pp.11-15.