L’arte contemporanea ha smesso di essere unicamente una questione di forme, superfici e narrazioni statiche. Oggi, la vera materia oscura dell’estetica – e della società – risiede nei sistemi, negli algoritmi e nelle infrastrutture che governano la nostra percezione della realtà. È questo il punto di partenza di Strange Rules, il progetto interdisciplinare promosso da Berggruen Arts & Culture negli spazi di Palazzo Diedo a Venezia, inaugurato in questi giorni in concomitanza con la 61ª Biennale d’Arte.
Al centro dell’esposizione, ideata dal duo artistico Mat Dryhurst e Holly Herndon insieme al celebre curatore Hans Ulrich Obrist con la co-curatela di Adriana Rispol, c’è il concetto della cosiddetta “Protocol Art”.
Non stiamo parlando dell’ennesima declinazione di “arte digitale” fine a sè stessa, né di un uso dell’Intelligenza Artificiale vista come un mero strumento a effetto. La Protocol Art, che a Palazzo Diedo trova la sua prima e più organica sistematizzazione teorica in Italia (e forse in Europa), compie un salto di livello: non si limita a produrre oggetti da ammirare, ma rende visibili, analizza e manipola le regole stesse – i protocolli, appunto – che determinano come la cultura viene generata, distribuita e consumata nell’era tecno-capitalista.
Visitando le sale del palazzo storico veneziano, trasformato per l’occasione in un vero e proprio laboratorio dinamico di ricerca, il cambio di paradigma appare radicale. Si passa dall’opera d’arte come artefatto finito e strettamente individuale, all’arte come sistema. Opere di artisti e pionieri come Trevor Paglen, Hito Steyerl, Philippe Parreno, Agnieszka Kurant e Lynn Hershman Leeson (tra gli oltre trenta nomi coinvolti), ci costringono a confrontarci con una nuova ecologia della creazione.
Strange Rules rappresenta un campo di prova, ma pone anche interrogativi etici e filosofici complessi. Quando le regole del gioco estetico sono dettate da algoritmi addestrati su sterminati dataset globali, chi è il vero autore? L’artista che imposta i parametri iniziali, l’intelligenza artificiale che li elabora, o l’immensa collettività inconscia i cui dati hanno nutrito la macchina?
Il rischio in questo tipo di operazioni è, a volte, quello di scivolare in un freddo tecno-determinismo, in cui l’opera si riduce a una sterile dimostrazione della potenza di calcolo di un software.
In dialogo con la mostra Unfinished di Ceal Floyer – ospitata negli stessi spazi e incentrata sulla capacità di sovvertire il quotidiano attraverso il minimalismo concettuale – Strange Rules traccia un solco ineludibile per il futuro. Ci dimostra che, per poter governare la tecnologia, e non esserne governati, dobbiamo prima comprenderne a fondo le regole. Anche, e soprattutto, quando queste regole sono “strane”, invisibili e scritte in linguaggi che dobbiamo ancora imparare a decifrare.