Il 19 aprile 2026, un manifesto in ventidue tesi pubblicato da Palantir Technologies ha scosso il dibattito pubblico, riaccendendo antiche paure e sollevando nuove domande sul ruolo della tecnologia, del potere e della democrazia. Firmato dall’amministratore delegato Alexander Karp e da Nicholas Zamiska, il libro «The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West» si propone come una critica culturale radicale, ma la sua risonanza va ben oltre il mondo accademico, toccando le corde più sensibili della geopolitica e della società contemporanea.
Per comprendere appieno la portata del manifesto di Palantir, è utile – come suggerisce anche Matteo Flora – fare un salto indietro nel tempo, fino al 20 febbraio 1909, quando Filippo Tommaso Marinetti pubblicava su «Le Figaro» il suo Manifesto del Futurismo. Un testo che glorificava la guerra, il militarismo e il patriottismo, fornendo la grammatica estetica a movimenti politici che avrebbero segnato il XX secolo. Sebbene Karp non sia Marinetti, e non esista una linea automatica tra avanguardia tecnologica e autoritarismo, l’analogia è calzante: le strutture narrative con cui le élite tecniche giustificano la propria presa sul potere politico si ripetono a ondate, e vanno lette con gli strumenti della storia culturale
Il manifesto di Karp, lungi dall’essere il «delirio di un imprenditore arricchito», è un documento curato, frutto di un dottorato in teoria sociale e di una profonda conoscenza del pensiero di Theodor Adorno. Chi lo liquida superficialmente perde l’opportunità di riconoscere i “frame” che stanno plasmando il dibattito pubblico americano e, con un certo ritardo, anche quello europeo
In questo contesto, le risonanze con la letteratura distopica e la filosofia del potere sono inevitabili. Il “Grande Fratello” di George Orwell in 1984 trova una sua inquietante attualizzazione nella capacità di Palantir di monitorare e analizzare dati su scala massiva, trasformando la sorveglianza in un’infrastruttura invisibile e pervasiva. Il “Socing” orwelliano, con la sua manipolazione della realtà e il controllo totale sulla vita dei cittadini, si manifesta oggi attraverso algoritmi e piattaforme che modellano percezioni e comportamenti. La visione di Karp di una «nuova aristocrazia tecnocratica» che guida il destino dell’Occidente – con la sua enfasi sul «potere duro» e sulla «fede morbida» – evoca echi del concetto nietzschiano di Oltreuomo e della sua volontà di potenza, dove una élite si eleva al di sopra delle convenzioni morali per forgiare un nuovo ordine. La glorificazione della tecnologia come strumento di dominio e la ricerca di una “superiorità” occidentale si allineano infatti con l’idea di un superamento dei valori tradizionali in nome di una «nuova era di potenza e controllo».
Ed è proprio dall’idea di proiezione e visione nel futuro che nasce Plantir.
Fondata nel 2003 a Palo Alto da Peter Thiel e Alex Karp, Palantir Technologies prende il nome dai «palantíri» del Signore degli Anelli, le pietre veggenti che permettono di vedere cose lontane nello spazio e nel tempo, ma che possono anche corrompere chi le usa, mostrando solo ciò che un potere superiore desidera. Un nome che, forse ironicamente, prefigura la natura controversa dell’azienda.
Con un capitale iniziale proveniente da In-Q-Tel, il braccio di venture capital della CIA, Palantir non è mai stata un’azienda tech consumer. La sua pipeline di analisi dati, inizialmente sviluppata per l’anti-frode di PayPal, è stata messa al servizio dell’intelligence americana nella lotta al terrorismo post-undici settembre.
Negli anni, poi, Palantir ha ampliato la sua influenza, stringendo contratti milionari con la Immigration and Customs Enforcement (ICE) per il tracciamento dei migranti e l’ottimizzazione delle deportazioni (ImmigrationOS), con il Pentagono per il Project Maven (visione artificiale applicata al targeting militare), e con il National Health Service britannico. Questa capacità di monitoraggio e controllo su vasta scala richiama il concetto di biopolitica di Michel Foucault, dove il potere non si esercita più solo sulla morte, ma sulla gestione e «l’ottimizzazione» della vita delle popolazioni attraverso la raccolta e l’analisi dei dati. L’ImmigrationOS, ad esempio, non è solo un sistema di tracciamento, ma uno strumento di “governamentalità” che influenza direttamente le vite dei migranti.
Inoltre, l’ascesa di Palantir si inserisce nel quadro del capitalismo della sorveglianza teorizzato da Shoshana Zuboff. L’azienda non si limita a raccogliere dati per scopi commerciali, ma li trasforma in strumenti di previsione e controllo per esercitare un potere politico e militare sempre più pervasivo. Il valore non risiede più solo nel prodotto, ma nella capacità di influenzare e dirigere processi complessi, dalla logistica delle deportazioni al targeting militare.
Diversi specialisti hanno analizzato le ventidue tesi di Karp, rivelando una struttura argomentativa ricorrente: una diagnosi spesso parzialmente vera, seguita da un’inferenza forzata e una prescrizione potenzialmente pericolosa
Karp sostiene che la Silicon Valley abbia un debito morale verso il paese e che il «soft power» della retorica sia finito, necessitando un «hard power» costruito sul software. La diagnosi sulla deriva delle aziende tech verso app consumer è condivisibile, ma l’inferenza che la soluzione sia rifornire il Pentagono di sistemi di targeting autonomo è un salto retorico. La prescrizione è chiara: il ruolo dell’ingegnere americano è la difesa nazionale, un mercato in cui Palantir prospera…
Nel secondo macro tema, Karp afferma che la domanda non è se le armi AI saranno costruite, ma chi le costruirà, e che il servizio nazionale dovrebbe essere un dovere universale. Se da un lato è vero che Cina e Russia stanno sviluppando sistemi militari AI, l’inferenza che ciò giustifichi una militarizzazione universale senza dibattiti sul diritto internazionale umanitario è forzata. La prescrizione è la normalizzazione dell’idea che ingegneri e Marines siano parte dello stesso corpo di battaglia, con l’obiettivo di rendere l’America «più letale».
Karp critica poi l’erosione della qualità della classe politica e la cultura del linciaggio social. La diagnosi ha un fondo di verità, ma la prescrizione si traduce in una richiesta di “grazia” verso una nuova aristocrazia tecnocratica, riducendo il controllo dei cittadini a favore di chi detiene il potere
Poi arriva il blocco più controverso. Karp esalta il ruolo degli Stati Uniti nell’avanzamento dei valori progressisti e come motore di un secolo senza guerre tra grandi potenze. Propone di ribaltare la «castrazione postbellica» di Germania e Giappone, chiedendo il loro riarmo sotto la supervisione di Washington. Questa visione, letta nel suo insieme, disegna una «pax americana» da rilanciare attraverso una struttura imperiale, ignorando le sensibilità costituzionali di paesi come la Germania e il Giappone
Infine, Karp attacca l’intolleranza religiosa nelle élite e critica un «pluralismo vacuo e vuoto», affermando che «l’Occidente ha un modo superiore di vivere e di organizzarsi». Sebbene ci sia un dibattito legittimo sul relativismo culturale, l’inferenza di una gerarchia esplicita delle culture riapre la tradizione dello “scontro di civiltà”.
Il manifesto di Palantir e le sue implicazioni ci pongono, quindi, di fronte a riflessioni urgenti – il crescente intreccio tra tecnologia, potere militare e interessi privati, unito a una retorica che giustifica la militarizzazione e la sorveglianza in nome della sicurezza e del progresso occidentale. Il saggio di Karp non è infatti un semplice pamphlet, ma un documento che, seppur controverso, offre uno spaccato inquietante sulle visioni che stanno plasmando il nostro futuro. Decifrarlo è essenziale per navigare le sfide di una «Repubblica Tecnologica» che, come i palantíri di Tolkien, promette di mostrare il mondo, ma potrebbe finire per mostrarci solo ciò che vuole farci vedere. In questo scenario, la riflessione di Martin Heidegger sull’Essenza della Tecnica diventa particolarmente pertinente. Heidegger ci invita a considerare la tecnica non come un mero strumento neutrale, ma come un modo fondamentale di “disvelare” il mondo, di porre la realtà come “fondo” disponibile per l’estrazione e l’organizzazione. Palantir, con i suoi sistemi di analisi dati e targeting, non si limita a usare la tecnologia, ma incarna un modo di essere che “disvela” il mondo come un insieme di dati e bersagli da ottimizzare, trasformando ogni aspetto dell’esistenza in una risorsa gestibile e, soprattutto, “controllabile”.