Ci sono parole che, a quasi un secolo di distanza, continuano ad avere una forza capace di attraversare epoche e contesti diversi. “Femminismo”, “diritti”, “indipendenza”: concetti che oggi possono persino diventare semplici categorie per un algoritmo. È da qui che nasce la curiosa vicenda successa a Barcellona, dove la famosa scrittrice Virginia Woolf è rimasta incastrata nei filtri pubblicitari di Meta.
Nel settembre 2026, il Teatre del Raval, un piccolo teatro recentemente riaperto, ha cercato di promuovere su Facebook e Instagram un adattamento teatrale di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. Quando la struttura ha provato a pubblicizzare a pagamento l’evento, il sistema automatico di Meta ha bloccato l’inserzione, classificandola come contenuto legato a “temi sociali, politica o elezioni”.
Cosa ha trasformato uno spettacolo teatrale in un possibile “tema sociale”? La compagnia non ha mai ricevuto una risposta definitiva. Come ha raccontato l’attrice protagonista, Clara Sanchis, non era chiaro se a far scattare il filtro fosse stato il nome di Virginia Woolf, la parola “femminismo” o la combinazione dei due elementi. Per far luce sull’accaduto, il teatro ha deciso di rendere pubblica la vicenda, sottolineando quanto i canali digitali siano oggi indispensabili per far conoscere spettacoli e progetti culturali.
A rendere la situazione ancora più singolare è la natura stessa dell’opera. Pubblicato nel 1929, il testo di Virginia Woolf nasceva da alcune conferenze universitarie ed era incentrato su un concetto fondamentale: la necessità, per le donne, di avere indipendenza economica e uno spazio proprio per poter pensare e creare. Quasi cent’anni dopo, quegli stessi concetti viaggiano su piattaforme digitali che decidono in automatico come classificare ciò che vediamo e ciò che può essere promosso.
Dal 2025, infatti, Meta ha deciso di non permettere nell’Unione europea pubblicità politiche, elettorali e relative a temi sociali, in relazione alle nuove regole europee sulla trasparenza della pubblicità politica. È importante però fare una distinzione: non è l’Unione europea ad aver vietato questo tipo di pubblicità, è stata Meta a scegliere di interromperla, spiegando che le nuove regole erano troppo complesse da gestire.
È proprio in questo contesto che la vicenda del Teatre del Raval diventa significativa. Cosa succede quando un’opera culturale parla di temi che, per una piattaforma, possono rientrare nella politica o nei cosiddetti “temi sociali”? Da una parte c’è la cultura, fatta di sfumature e interpretazioni; dall’altra ci sono sistemi digitali che hanno bisogno di classificare i contenuti all’interno di categorie precise.
Dopo che il caso ha fatto il giro dei media internazionali, Meta è intervenuta per chiarire l’equivoco, ammettendo che si era trattato di un errore e ripristinando la pubblicità dello spettacolo. Non ci sarebbe quindi mai stata una vera e propria censura del libro né dell’autrice, ma solo un blocco temporaneo della promozione a pagamento.
L’errore di Meta è stato corretto, ma l’episodio lascia comunque una domanda: cosa succede quando la complessità di un’opera deve essere tradotta nelle categorie di un algoritmo? Forse il punto non è chiedersi se la tecnologia possa capire Virginia Woolf, ma ricordarsi che non tutto ciò che una macchina riesce a classificare può essere davvero racchiuso in una categoria.